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 EXALLIEVI ED EXALLIEVE DI DON BOSCO

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L'Exallievo di Don Bosco: nuove prospettive di operatività

II XX è stato definito dallo storico E. J. Hobswam come il secolo breve, per la velocizzazione che ha assunto il tempo nei fatti e negli accadimenti, come se nelle società la corsia preferenziale fosse diventata all'improvviso, quella della fuga in avanti e il futuro fosse chiamato a gran voce come da sotto la finestra e il passato fosse stato zippato; i decenni sono stati attraversati, tagliati, feriti, ripassati in tutte le direzioni, vissuti con una velocità di inserimento e di liberazione mai sperimentata prima; le guerre mondiali hanno fatto della tragedia il momento dell'assalto alle nuove frontiere; i poteri finanziari hanno occupato territori vastissimi nell'economia e nella rivoluzione dei media e dell'elettronica.
Sembra, quasi, che i futuristi del primo Novecento ci abbiano azzeccato, quando inneggiavano alla corsa, alla guerra, al pugno, alle parole in libertà, insomma alla velocità.
Dominante è, secondo Stephen Bertman, la cultura del momento e della fretta,un neopositivismo che ostenta le proprie certezze,o le maschera?.. le dichiara, le sostiene, le materializza in un sistema di economie globali e mediatiche, il cui scopo è solo quello di fare profitto?
Ma se la ricchezza e il denaro possono sostenere lo sviluppo materiale, non, sempre, favoriscono il progresso dell'umanità, perdendola, nell'instancabilità dei progetti e delle manovre, dei compromessi e degli assalti alla diligenza, spesso con danni irreparabili.
La società tutta, la politica e anche la cultura ne sono prese, imprigionate, quasi sconvolte dalla incapacità di seguire il ritmo incalzante della tecnologia e delle nuove invenzioni e scoperte, che portano a mutare i comportamenti, a porsi di fronte a problematiche che toccano territorialità sociali, etiche, politiche, economiche, religiose, culturali, senza che si abbia il tempo di fissarne i termini e le complessità, valutarne i vantaggi e individuare gli effetti negativi.
Il tempo stesso ha perso le sue coordinate, è corto perché la vita ne ha tagliato i rami e le categorie stesse del passato, del presente e del futuro sono state ridimensionate.
Si rende necessario , secondo Zygmunt Bauman, una rinegoziazione del significato del tempo, che apra spazi di riflessione sul nostro esistere e sul senso delle nostre azioni, che richiami ancora le categorie del passato e del futuro, perse in un presente   egoisticamente avviluppato su di sé, in una verifica esperienziale di attimi e momenti, uno di seguito all'altro, senza tempo e senza storia.
A chi guarda, senza pregiudizi ideologici o strumentali, il correre della società contemporanea riporta l’impressione di una vita in confusione, del disordine, dell'insicurezza, delle paure e dell'angoscia, di fronte ad un relativo benessere economico, che dovrebbe relativamente tranquillizzare. Ma così non è, è come se le forze del male stessero prendendo il sopravvento e si beassero della loro vittoria tanto più grande quanto tragica è la sofferenza degli uomini. Specialmente oggi che la crisi finanziaria ha gettato alle ortiche, nel mondo della precarietà, il pilastro più importante della convivenza sociale e del progresso, cioè il lavoro, per secoli  ricercato, osannato, studiato per i suoi risvolti di tranquillità  economica per le famiglie e la gratificazione di per se stesso, la  nullifìcazione del lavoro ha incrinato tutto il sistema di rapporti sociali.
 
E' chiaro, a questo punto, che tutti i ruoli della società vengono messi in discussione, insignificante la politica del dialogo e del compromesso, dell'ascolto dell'altro, della difesa dei più bisognosi e della solidarietà. Si tratta, in questa società liquida, di un  rimescolamento delle carte, quasi una prestidigitazione, con lo scopo di meravigliare e stupire l'opinione pubblica, con la velocità delle manovre, fatte passare per conclusioni pensate per il bene comune. Basta avventurarsi su Internet per rischiare la vera e propria follia da superinformazioni in un trita tutto vorticoso che tende a diventare "nihil".
Bisogna, perciò, reagire con umiltà e forza intellettuale a questo corso delle cose e ciò che è necessario fare è che si esca dal "grande  silenzio", parafrasando il titolo del libro di Alberto Asor Rosa,  sulla rassegnazione o sull'assenza degli intellettuali nell'attuale frangente   socio-politico.   Ci   stiamo   incamminando   verso l'omologazione della mente, la massificazione dei comportamenti e la fuga dalle responsabilità.
Sulla situazione nazionale, hoc satis.
per quanto concerne la nostra associazione, come ci comporteremo? vivremo anche noi il grande silenzio? ci basta vivere dei nostri ricordi, delle nostalgie del passato? Anche per noi gli anni sono trascorsi e ci hanno segnato di successi e di sconfitte,   hanno mostrato il cambiamento generazionale e, talvolta, il nostro vano o difficile arrancare dietro alle novità e ai problemi.
Ma non siamo assolutamente disposti alla rassegnazione, all'accettazione dello status quo, senza metterci in discussione, lottare per le idee e i valori, movimentare le potenzialità e renderle attive, partecipative di nuovi pensieri, progetti finalizzati alla costruzione di un mondo più vero, più umano, non assillato dalla miseria, dalla fame, dalle guerre.
Credo che compito degli Exallievi sia quello di individuare strumenti e metodologie nuovi, adeguati al tempo presente, ricercate e valutate in rapporto alle finalità che ci saremo posti, ai progetti che vorremo approntare per dare un senso alla nostra opera, nel solco della pedagogia e degli insegnamenti di Don Bosco.
Prima di tutto s'impone la ricerca di un nuovo modo di guardare al mondo, per imparare di nuovo e diversamente il contatto con i valori universali e spirituali, capire quello che ci sta accanto e a cui non abbiamo saputo dare l'importanza dovuta, comunicare la nostra disponibilità e testimoniare con l'esempio il messaggio evangelico.
C'è bisogno di un'etica nella informazione, in questa società debole e liquida, riappropriandoci di ciò che la coscienza definisce Bene e trasmettendolo con serenità di intenti. Ne deriva che la comunicazione debba perciò avere carattere etico, e faccia riferimento a regole condivise e a linee comportamentali di buona educazione. Sfuggire alla prigione dell'indifferenza e del dejà vu, che immobilizzano nel conformismo che tutto appiattisce e rende fumoso, per ricercare, invece, l'originalità e la vivezza del pensare, il fuoco e la passione, l'entusiasmo e la battaglia che tonificano e danno carattere alla nostra umanità.
Ma 1' impegno non può che essere comunitario, partecipativo di tutti  ai progetti e alle realizzazioni, è una cultura della democrazia che non avvilisce le minoranze, ma le sostiene e le valorizza, che educa al rispetto delle leggi e ne illumina il cammino, che indica e prospetta esperienze di crescita civile e sociale.
E nell'ambito più ampio di una politica sociale non possiamo esimerci da atti di responsabilità nei confronti dei giovani e degli anziani, con iniziative che li affranchino dalle insoddisfazioni, dalla solitudine, dal vuoto che circonda spesso la loro quotidianità, per dimostrare quanto il mondo possa trarre di bene dalla solidarietà e dal comune desiderio di sentirsi fratelli, mediante l'assistenza ai malati e ai bisognosi, come atto di volontariato e di gratuito impegno.
Un senso alla vita bisogna pure darlo e spenderla per gli altri diventa un fine altamente gratificante. Racconta Giovanni Papini, scrittore fiorentino contemporaneo, morto nel 1956, questo aneddoto: sulle rive dell'Arno un pescatore domandò ad un altro perché pescasse ( capisco che è una domanda banale , ma prendiamola così per ridere o perché serve)," per prendere pesci"- l'altro "perché vuoi prendere i pesci"- " per mangiarli"- e perché mangiarli?- " per vivere"- "e perché vivi?"- " per pescare "-Furoreggiare nelle parole, senza senso, è di moda, come lo è imbeversi di gossip sui rotocalchi e trascinarsi fino ad ora tarda su programmi televisivi eternamente d'evasione, come se si vivesse nel migliore dei mondi, senza alcun problema esistenziale; invece vi sono giovani senza lavoro,   cassaintegrati, lavoratori precari, aziende che chiudono, famiglie che rischiano la povertà, e tutto ciò, stranamente, senza che ci sia, nell'opinione pubblica un qualche moto di reazione , come se la questione le fosse indifferente, salvo solo nei casi in cui è parte in causa.
L'unico problema che non può subire ritardi nell'agenda dell'operare è quello dei giovani e del loro sacrosanto diritto ad avere un lavoro.
E' vero che siamo, in questo momento, in una crisi globale, soprattutto di carattere finanziario e politica; essa ha minato le fondamenta di molte economie, turbato i mercati, impoverendo il mondo del lavoro;ma i governi non possono essere assolti, per non  aver controllato, le Banche centrali, per aver lasciato correre che il dramma si consumasse, il sistema bancario per aver rischiato senza  adeguata progettualità ed essersi esposto senza sufficienti garanzie.
Abbiamo bisogno di una programmazione politica dinamica, che guardi al lavoro come categoria di progresso e di civiltà, non come mercé, che dia risposte alle domande occupazionali che salgono dal  mondo delle scuole di formazione medie ed universitarie, e nel Sud si possa sperare che non parta, verso altre aree del Paese, circa il 20 per cento dei laureati meridionali, con conseguente impoverimento proprio di quelle terre che più hanno bisogno dell'opera dei propri figli, ai quali è affidato il riscatto economico e sociale del Sud.
Una novità è costituita dalla regionalizzazione del mercato del lavoro; teoricamente dovrebbero aprirsi spazi di occupazione e ciò è quello che si spera, ma bisogna garantirsi anche dagli sprechi e dai clientelismi.
Importanti soprattutto sono la scuola, l'educazione e la formazione, vettori significativi della politica culturale di Don Bosco.
La dequalificazione professionale non paga.
Le aziende che vorranno sorgere dovranno contare su severe progettualità e quadri e operai di forte competenza, perché la concorrenza, per il futuro sarà sempre più agguerrita, non farà prigionieri, ma ciò che chiediamo è la salvaguardia del lavoro e della dignità dell'uomo, quello di sentirsi utile alla società e di mettere al servizio la qualità dell'impegno e delle sue realizzazioni.

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