Carissimi amici ex aspiranti, il rimprovero di Leo per il mio ritardo mi richiama all’impegno della buonanotte mensile. Ci pensavo prima con gli amici che sono venuti a lavorare per la mia comunità a Roma, mentre tornavo da un gelato e vedevo a decine le vite difficili di tanta povera gente: non è che l’abitudine al quieto vivere ci sta anestetizzando il cuore? Non è che per non lasciarci rubare la nostra tranquillità fingiamo di non vedere il vuoto di tanti cuori e la miseria di troppe vite che ci avvicinano?
Penso a don Bosco che andava a raccogliere i ragazzi abbandonati, li accompagnava nei cantieri perché fossero trattati con giustizia, passava ore dovute al sonno accanto a sua mamma, Margherita per ricucire le tomaie alle suole di scarpe logore mentre lei rammendava i poveri abiti di quei figli affidati dalla Provvidenza.
Non si darebbe pace di fronte al vuoto che cresce nella vita di tanti, di troppi che cercano nelle cose o nelle evasioni più dissonanti il senso della vita che nessuno gli ha insegnato. Lo faccio dire però a Giorgio Gaber, il signor G. cantautore che quando eravamo più giovani ci provocava non poco con la sua chiarezza nel leggere le cose.
“E si, è vero! Troppe volte accade di non sentirsi perfettamente a nostro agio, l’esistenza di qualcuno che sta male è una specie di tabù, qualcosa che non vorremmo vedere. È come se dentro di noi ci fosse uno strano senso di colpa che non sappiamo spiegare, allora, forse per riparare, abbiamo bisogno della nostra buona azione quotidiana. Ma intendiamoci, ben venga lo slancio che possa alleviare le sofferenze di altre persone, c’è solo da sperare che la nostra bontà sia il più possibile pulita; perché anche la bontà se è compiaciuta, finta, o addirittura interessata, non serve certo a procurarsi un posto in Paradiso... sono esigenti i guardiani del cielo, la sola moneta che vogliono è l’amore! (Giorgio Gaber).
E più chiare ancora le parole di chi i giovani li vede nel pieno della loro festa, ne legge il vuoto da riempire di “cose” che non contano, ma sembrano saziare la loro domanda di felicità.
“Mi chiamo Felice e faccio il dj. Parlo da un osservatorio privilegiato: la discoteca. Quelli che si riempiono la bocca con la parola ‘giovani’ devono aprire gli occhi una volta per tutte. Sappiamo che un ragazzo su due usa l’ecstasy, anche prima di un esame, anche prima di un colloquio di lavoro, che la droga, in discoteca (ma no solo) è sempre più diffusa, perché ai ragazzi, che non hanno alternative, drogarsi piace. Prendono la san Valentino rosa per fare l’amore senza problemi, la black-Jack o la yellow per non pensare più a niente, l’ecstasy perché non sanno da dove cominciare per vivere. Un sabato notte un ragazzo mi chiese di una tipa molto carina: «Presentamela – mi disse – ma prima aspetta che il ‘quartino’ faccia effetto».
C’è il quartino (non certo di vino). Poi c’è la vodka da 400 mila lire a bottiglia, e la botta, il pipotto e la riga. E poi il sesso. E intanto il cervello salta!
Li ho sotto gli occhi tutte le sere. Tutte le sere è così! Perché i ragazzi sono soli, confusi, annullati nel gruppo, modello Ambra lei, modello “faccela vedè” lui.
Niente educazione, niente cultura, tutta apparenza”.
Ed infine la parole di un filosofo francese, acuto e capace di centrare il problema: manca un centro di gravità che dia un senso alle scelte di molti.
«Non hai, a volte, l’impressione che viviamo (se questa si può chiamare vita) in un mondo rotto?
Sì, rotto, come un orologio rotto. La molla non funziona più. Esteriormente non v’è nulla di mutato: tutto è a posto. Ma se avvicini l’orologio all’orecchio… non senti più nulla.
Il mondo, capisci, quello che chiamiamo mondo, il mondo degli uomini… una volta doveva avere un cuore. Ma si direbbe che abbia cessato di battere.
Laurent tira fuori i suoi regolamenti, papà è abbonato al Conservatorio e mantiene lussuosamente una donnina, Henry si prepara a fare il giro del mondo… Antony fa ripetere il suo poema sinfonico… Ciascuno ha il suo cantuccio, i suoi piccoli interessi. Ci si incontra, ci si urta, si fa rumore di ferraglie… ma non c’è più centro, non c’è più vita, da nessuna parte». (Gabriel Marcel).
Eppure il Cristianesimo è nato come passione per l’uomo. Come amore all’uomo: «Sono venuto perché tu abbia la vita e l’abbia in abbondanza». Dio da noi non vuole altro che abbiamo la vita.
Il grande Mistero non è solo che Dio si sia incarnato e che abbia fatto tutto ciò che ha fatto, ma che abbia fatto tutto questo per l’uomo e che, per tutta risposta, l’uomo vi va come se nulla fosse accaduto!
Perché Dio non è nemico degli uomini, ma amico dell’uomo, desideroso della felicità di ciascuno.
Perché l’uomo è esigenza di Totalità, di Soddisfazione Totale, di Felicità; ogni uomo è nato con questo desiderio: fare di sé un capolavoro, essere veramente felice, essere come Dio (ecco il significato di «Creati a Sua immagine e somiglianza»).
Questa è un’esigenza giusta e radicata nel cuore dell’uomo e che Cristo è venuto a compiere. È stato il serpente a suggerire ad Eva una strada sbagliata per realizzare questa idea: la strada del “par giusto a te”, del “tuo buon senso”, del “tuo criterio”. Da allora la vita non è più ascolto e disponibilità, dialogo, fiducia, risposta, ma affermazione di un proprio progetto, della propria presunta capacità di renderci felici. Non più una vita in Dio, ma in alternativa a Dio. Non fidarsi più di Dio. Dio non è colui che mi dona il giardino, ma colui che mi vieta il frutto dell’albero. Da quel momento Dio viene visto con sospetto “Lui non mi vuole felice, mi nega qualcosa, mi nasconde qualcosa…”.
Il peccato (ogni peccato!) nasce dal sospetto che Dio ci nasconda il meglio!
Questo è il peccato, la schiavitù del peccato: ci si rifiuta di ascoltare e obbedire a Dio, e si è costretti a dipendere da mille situazioni che alla fine non ci liberano (istinti, capricci, giudizio del gruppo come dice il dj Felice): «Guarda da quanti padroni dipende colui che nega l’unico Padrone» (S. Ambrogio).
Cristo è venuto a liberarci, non portandoci un’indipendenza, ma la capacità di una vera dipendenza, che è la legge vitale dell’uomo. Libertà non è capricciosità, o spontaneismo, ma sapere a chi aderire. Uno che lavora e ha una famiglia non è meno uomo, anche se questo comporta una notevole dipendenza; anzi proprio questo impegno lo realizza come uomo: «Lungi dal proprio ramo, povera foglia fragile, dove vai tu?» (Leopardi).
Adamo non ha peccato perché voleva divenire come Dio. Ha sbagliato perché ha avuto la presunzione di decidere lui per quale strada diventarlo. Ha negato a chi l’aveva creato la competenza di tracciargli la strada per realizzarsi. Per questo tutto diventa più difficile, complicato. Si prova l’angoscia di essere i soli responsabili della nostra esistenza, ed ogni disagio ci diventa insopportabile.
Per il cristiano, fidarsi di Gesù, credere nel Dio Padre di Gesù Cristo, significa accettare che Lui debba davvero c’entrare con la nostra vita, con i nostri problemi, con le nostre scelte di ogni giorno. Credere è lasciare che Cristo abbia qualcosa da dire oggi alla nostra esistenza, qualcosa di determinante, al punto ogni cosa non più è frutto del nostro criterio, dei nostri progetti, ma del dialogo con Lui, dell’accoglienza fiduciosa della Sua Parola.
Solo allora diventa vera la Messa cui partecipiamo, quando diventa comunione al corpo spezzato e al sangue di Cristo. Altrimenti quando il prete alla fine dice: «… andate in pace, la messa e finita», la messa è proprio finita, in tutti i sensi. Poi partono altri schemi, partono altri comportamenti. C’è una maniera di pensare, ci sono altri valori dove mettiamo al centro noi stessi, i nostri capricci, la nostra tranquillità.
Siamo chiamati a farci prossimi ai nostri fratelli, magari proprio a quei figli cui spesso manca il senso della vita.
Sono infatti proprio gli ambiti feriali, gli ambiti quotidiani, che fanno nascere il disagio più profondo e più radicato. Sono le piccole attenzioni non date, i giudizi frettolosi ed escludenti, la mancanza di speranza che distrugge la stima di chi fa fatica.
E poiché non c’è felicità se non nel realizzare quella somiglianza a Dio su cui siamo stati creati, siamo chiamati a fare nostro il sogno di Dio: la salvezza per ogni uomo! E per non sentirci schiacciati da un compito così grande, cominciamo dai nostri prossimi, dai più vicini. La famiglia. I colleghi di lavoro. I nostri amici. Magari solo aprendo i nostri occhi misericordiosi sulla loro fragilità, imparando ad ascoltare anche le parole non dette, le richieste di aiuto inespresse. Spesso è questa la situazione dei giovani. E spesso i primi a non saperlo sono loro. Per questo dobbiamo imparare ad ascoltare anche le parole non dette.
Tutto questo con serenità e fiducia, perché Dio non semina l’inquietudine se non per avviare alla pace.
E così nella consapevolezza delle nostre scelte (“fa che siano tutte secondo la tua santa volontà”) e la sicurezza della misericordia (“perdonami il male che oggi ho commesso… custodiscimi nel riposo…”) nasce l’intimità con Dio, esperienza dolcissima che fa stare in pace con se stessi e spinge verso gli altri. Allora sì che sentiremo dentro di noi come tenerezza profonda che la nostra vita è salva, perché ci sentiamo portati dalle braccia di Dio. Lui che ci ha chiamato per primo.


Twitter
Myspace
Mister Wong
Digg
Del.icio.us
Yahoo
Technorati
Googlize this
Blinklist
Facebook
Wikio