“La nostra storia rimane la ricchezza su cui possiamo contare per costruire il nostro futuro: nessuno ce la può togliere”. Ma come lo costruiamo questo futuro se la nostra ricchezza permane chiusa in un baule in soffitta?
Questa è l’indicazione del nostro amato Leo per la buonanotte di questo mese. Ho pensato subito don Giuseppe, un carissimo confratello che il Signore ha chiamato a sé a ottantasei anni alcuni mesi fa. Vedendo la commozione sul volto dei suoi primi exallievi, di quando aveva poco più di vent’anni e loro ne avevano poco meno, ho compreso quanto sia vero che la nostra storia personale è importante. «Un altro pezzo di storia oratoriana che se ne va!», dicevano. E per non dimenticare ognuno raccontava con serenità e nostalgia la gioia di averlo avuto come amico, insegnante, confessore, animatore della bellezza della giovinezza nelle camminate sulle Dolomiti o nelle corse in bicicletta verso il mare vicino.
Ed ho pensato che avere cura della nostra storia, delle radici da cui abbiamo tratto e traiamo vita è un dovere verso la nostra stessa felicità.
Ognuno di noi ha un tesoro di bellezza da riscoprire e da condividere. Certo, ci sono spazi da bonificare, esperienze non riuscite che vorremmo dimenticare e mettere in archivio, ma da tutte e sempre abbiamo imparato il bene da fare o il male da evitare. Per questo “la storia” non se ne deve andare, ma rimanere come materiale da costruzione per la vita nostra e dei nostri figli.
Dobbiamo essere orgogliosi della nostra storia e di quanto attraverso di essa si è costruito perché con essa rimane viva la dimensione semplice, ma vera del nostro mondo, fatto di gente umile e laboriosa, storia di grandi uomini e di grandi donne che hanno costruito e costruiscono ogni giorno le comunità cui appartengono.
Dobbiamo farlo per i giovani, spesso senza speranza e senza fede, insegnare loro che la vita cristiana non è un «andare oltre», una ricerca continua della novità e di emozioni “altre”, ma un «andare in profondità», uno scendere nel cuore per scoprire che Dio “abita in noi” e riconoscere in Lui la felicità cui siamo chiamati.
A fronte dello “spaesamento” di tanti nostri contemporanei, soprattutto giovani, che non avendo più la fontana del paese o il sagrato della chiesa come luogo in cui trovarsi e sentire di appartenere ad una comunità, il nostro fare memoria delle radici e della storia che ci ha generati aiuta ad offrire una indicazione di percorso.
La nostra esperienza ha incontrato don Bosco e i suoi figli, ci ha insegnato ad essere “buoni cristiani e onesti cittadini”. È con questa responsabilità che vogliamo fare memoria per non perdere il mondo da cui siamo venuti e dare valori solidi a quello che vogliamo costruire.
Rileggere il nostro passato non è allora solo esercizio di memoria o rifugio della nostalgia, ma un modo per capire seriamente la vita. E in tempi in cui sembra ci sia spazio solo per la superficie e per l’immagine, aiutare a pensare e a capire è sempre un grande regalo!
Essere innamorati della propria cultura e della propria storia è volere bene alla propria gente, un modo concreto di essere cittadini responsabili. E proprio di questo oggi c’è bisogno, per figli che conoscono tutto di quello che accade nel mondo, ma non sanno neppure da dove vengono. Dobbiamo evitare lo “spaesamento” di chi non sa più a chi appartiene, a quale mondo di valori e significati fa parte.
“Era un salesiano dalla spiritualità semplice e fedele, un uomo feriale, della ferialità eroica che si imparava nelle famiglie di un tempo dove ciascuno costruiva il capolavoro di una vita comune straordinaria, da grandi opere, con l’apporto fedele del suo lavoro”.
Così ricordo don Giuseppe e così voglio concludere con voi questa riflessione: impariamo noi per primi a non cercare oltre, ma a capire dentro. Il segreto della vita è andare un po’più in profondità, fare memoria della nostra storia per mettere a frutto quanto abbiamo imparato e così avere di che nutrire il presente.
I nostri giovani e il nostro mondo ce ne saranno grati!
Buona estate!


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