Pasqua è la festa in cui si commemora la risurrezione di Gesù Cristo, fondamento della fede cristiana.
Per comprendere più profondamente il significato di questa ricorrenza, è necessario riscoprirne le radici bibliche ed ebraiche, in quanto non si può cogliere tutta la ricchezza del mistero pasquale se non si fa riferimento alla Pasqua del Vecchio Testamento, dal momento che esiste fra di esse una profonda unità e continuità.
Partendo, infatti, dal libro dell’Esodo, in cui si parla della fuga del popolo eletto dall’Egitto, dell’alleanza del Sinai e del lungo cammino nel deserto, sotto la guida di Mosè, per raggiungere la Terra Promessa, possiamo trovare la tradizione più antica della Pasqua ebraica. In particolare nel capitolo 12, 1-14, possiamo risalire al tempo in cui gli Ebrei erano pastori seminomadi e la Pasqua costituiva una festa primaverile che veniva celebrata in casa e sanciva il passaggio dai pascoli invernali a quelli estivi. Tutta la comunità era chiamata a celebrare la Pasqua e l’agnello, che era l’animale tipico dei pastori, veniva sacrificato e mangiato dall’intera collettività riunita. La cena era consumata di notte, con pane azzimo, ossia non lievitato, tipico dei beduini, insieme alle erbe amare, che si trovavano nel deserto. Il sangue dell’animale immolato era posto sull’entrata della tenda, per proteggersi dagli spiriti malvagi. Il modo, l’atteggiamento è quello tipico dei popoli nomadi; è come se si trattasse di un pasto durante una sosta, di uno spuntino rapido perché si è in cammino.
Anche nel Deuteronomio, (16, 1-8) possiamo rintracciare notizie ed informazioni riguardanti l’antico rito pasquale del popolo d’Israele. In questo caso, però, si tratta già di una popolazione agricola e sedentaria, che ha un culto centralizzato al tempio, con la presenza di sacerdoti. Per celebrare il rito pasquale, in questa circostanza, si sale in pellegrinaggio a Gerusalemme.
In seguito la Pasqua divenne la grande festa che commemorava la liberazione degli Ebrei dall’Egitto e, storicizzata in questo contesto, ancora oggi la festività celebra la liberazione d’Israele dalla schiavitù, archetipo di tutte le liberazioni che Dio opera nei confronti del Suo popolo.
Quindi, all’antica festa primaverile, viene dato un contenuto religioso, per ricordare il passaggio di Jahwè in favore del Suo popolo. In ebraico, infatti, il termine pesah, da cui deriva la nostra “pasqua”, significa proprio “passaggio”.
Per il Cristianesimo la Pasqua è la festa dell’anno liturgico, in essa la Chiesa celebra la risurrezione di Cristo, il “passaggio” attraverso la sofferenza e la morte, alla gloria di Dio. Come per gli Ebrei, anche per i Cristiani la Pasqua segna dunque un “passaggio”, ma dal peccato alla nuova vita in Cristo. La Pasqua cristiana è, perciò, la celebrazione del nuovo esodo, del cammino verso una vita rinnovata e verso il Padre. Celebrando la morte e la risurrezione del Signore, la Chiesa non ricorda un avvenimento passato, ma lo rende presente, soprattutto con i Sacramenti della Penitenza e dell’Eucarestia.
Anche noi Cristiani, come gli Ebrei, abbiamo conservato la tradizione di mangiare l’agnello, ma questa consuetudine si riveste di nuovi significati, perché l’agnello è ora figura di Cristo, vittima innocente ed immacolata, sacrificata per la nostra salvezza.
La nostra Pasqua è, inoltre, una “festa mobile", dal momento che viene celebrata ogni anno una domenica compresa fra il 22 marzo ed il 25 aprile. Anche questa tradizione ha origini bibliche, infatti, per gli Ebrei la celebrazione della festa iniziava dopo il tramonto del 14 del mese Nisan, il primo del calendario religioso ebraico (plenilunio di marzo). Seguendo questa datazione e secondo un decreto del Concilio di Nicea (325), anche la data della Pasqua cristiana è fissata nella prima domenica che segue la luna piena dopo l’equinozio di primavera (21 marzo).
Con la Pasqua, dunque, si rende presente ogni anno il passaggio di salvezza operato da Dio, per mezzo di Cristo. Non esiste più la distanza dei secoli, del tempo. Si diventa contemporanei di Mosè. Noi cristiani siamo di fronte al passaggio di Dio, che salva attraverso gli avvenimenti ed ogni uomo è invitato ad essere in cammino, ad andare oltre.
Anche un grande rabbino, Gamaliele, che forse fu maestro di Paolo, affermava: “In ogni generazione ciascuno è tenuto a considerarsi come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto, perché il Signore non liberò soltanto i nostri padri, ma noi pure liberò con loro”.