In questo momento mi sento davvero indeciso, è già la terza volta che cerco di scrivere e arrivato a metà mi fermo, o per insoddisfazione, o perché i ricordi sono così vivi che la mente inizia a seguirli e mi rendo conto che non si possono comunicare con molta facilità. Quindi speriamo solo che questa volta arrivo alla fine.
Mentre sto scrivendo forse si è già deciso il mio futuro rispetto al “El Petén”, regione in cui insieme ad almeno un altro salesiano dovrei lanciarmi nella fondazione di una presenza salesiana. Al momento non esiste nulla di concreto, per questa ragione mi trovo a San Pedro Carchà, in una comunità davvero bella, con il rischio che nonostante tutto possa essere trasferito a una casa qui vicino. L’obbedienza rimane una virtù, anche se costa, ma pur sempre ci guida dove il Signore vuole portarci.
In questi tre mesi ho ammirato il lavoro dei miei confratelli, alcuni di loro sono davvero eroici, senza una spiegazione di fede non si potrebbe dare ragione di quello che fanno. Ne presento solo due, giusto per intendere. Inizio con don Antonio de Groot, australiano, dirige una scuola, dislocata in tre luoghi diversi, con più di 2000 interni provenienti dai vari villaggi (nessuno di loro torna a casa per mesi), in più visita almeno 60 comunità. Dove don Antonio trova il tempo nessuno lo sa, ma quello che si vede è davvero un salesiano che fa onore a don Bosco per spiritualità, equilibrio e umiltà. Il secondo è don Gerardo Hernandez, costaricano, prima di arrivare a Carchà era nell’altra missione dell’Ispettoria in Panamà, ma siccome era rimasto solo, la missione si è chiusa e si è trasferito qui. In Panamà viaggiava in barca in un clima da giungla, qui è passato alla montagna con chilometri da fare a piedi, infatti gli sono stati affidati i villaggi più difficili, dove di fatto arriva solo il sacerdote.
Oltre a guardare con ammirazione questi miei confratelli, mi sono dato anche da fare per aiutare alcuni bambini. Questo forse è il lato più triste di dover aiutare qualcuno con il rischio che a breve io possa cambiare casa. Qui ci sarebbe bisogno di un orfanotrofio, una casa per il recupero delle bambine prostitute, un Oratorio quotidiano, ma con lo spettro di andare al Petèn non mi azzardo a fare nulla che potrebbe mancare di continuità. Nel frattempo ho iniziato a denunciare le bambine e ragazzine prostitute, un po’ pericoloso, ma il silenzio non può esistere e il rischio della vendetta, sebbene lo prendo in conto, non mi trattiene. Il riscatto di queste piccole schiave è il “tocca a me” che ogni cristiano dovrebbe poter dire. Dopo due mesi di denuncia a tutte le autorità possibili non vedo cambi, e inizio a credere che in Guatemala la prostituzione minorile è di fatto permessa. Inoltre di fatto l’abuso di bambine resta impunito, ma questo è un altro capitolo che non voglio aprire per non scandalizzare nessuno; ho ascoltato in 5 mesi una quantità di bambine e preadolescenti violate che un prete medio non ascolta in tutta la sua vita. È davvero duro, come è davvero difficile alla fine accettare il fatto che non puoi fare nulla, qui nessuno gli dà protezione e loro rimangono sole nel loro dolore silenzioso e senza fine. Vi chiedo quello che loro chiedono a me: “Ricordami nelle tue preghiere”.


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