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Il prezzo della verità e la testimonianza

Il prezzo della verità e la testimonianza
Carpi, 22 febbraio 2011
Mariano Crociata

La testimonianza, via di accesso alla verità

Ci sono due domande che premono dentro il tema offerto alla nostra riflessione. Perché la verità deve avere un prezzo? E la seconda domanda è: quale il rapporto tra la testimonianza e la verità? Sembrano due domande del tutto eterogenee, che conducono su tracciati divergenti; e invece presentano complicità maggiori di quanto non si veda a un primo sguardo. Se non altro perché entrambe denotano un carattere della verità, che chiamerei la sua indisponibilità e inaccessibilità immediata.

Essa non si concede senza condizioni. E non sembri, questa, una connotazione negativa e, perciò, riduttiva, per il solo fatto che  verità farebbe pensare a una manifestazione evidente, e anzi solare, della realtà e del suo significato. Infatti il carattere di evidenza, dell’auto-imporsi della verità, non è del tutto annullato, bensì riposizionato in seconda battuta. Per apparire in tutto il suo splendore la verità ha bisogno di mediazione; l’accesso ad essa è mediato. L’auto-evidenza assoluta non appartiene alla verità accessibile all’umano, perché il rapporto con la verità non è solo di tipo cognitivo o intellettuale.

Questo accesso mediato deve essere detto della verità in diversi modi, poiché la verità qualifica diversi ambiti dell’umano, come, ad esempio, quello storico, quello giudiziario, quello scientifico, per fare solo degli esempi. A considerare anche solo questi ambiti, si vede subito come sia sempre necessaria una qualche forma di mediazione per accedere alla verità; pensiamo alle fonti e ai documenti per la storia, all’acquisizione di prove per l’istruzione di un processo, all’utilizzo di strumenti tecnici e di metodi e procedure per la conoscenza scientifica. Si può ben dire che in più di un caso entra in gioco la testimonianza, e cioè la parola con cui qualcuno riferisce di conoscere, per aver visto e saputo qualcosa, per cognizione acquisita e documentata che può offrire. In questi casi si può dire che la verità abbia un prezzo? In un senso analogico direi di sì, poiché anche la fatica è un prezzo, anche l’uso dell’intelligenza e lo sforzo di perseguire con integrità di coscienza l’accertamento dell’autenticità dei fatti e della veridicità dei dati, soprattutto quando ci si scontra con il tentativo, comunque motivato, di manipolare, distrarre, deviare.

Se già di fronte a una verità inerente questi ambiti c’è bisogno di testimonianza e c’è un prezzo, per così dire, da pagare, ancor più esigente si fa la richiesta di testimonianza e di un prezzo quando è in gioco non un dato positivo, un elemento esterno di conoscenza sul piano scientifico o storico o giudiziario, ma l’orientamento ultimo della coscienza, le domande e le scelte decisive della vita, o, come scrive Paul Ricoeur, «la testimonianza assoluta dell’assoluto»[1]. La verità assume, in questo senso, l’aspetto di ciò che conferisce valore definitivo alla persona e alla sua vita, perché si propone con il carattere del fondamento. Ma come accediamo alla dimensione definitiva di noi stessi? E come possiamo acquisire la certezza della sua consistenza e verità?

Verità e libertà

La risposta va cercata nella struttura costitutiva dell’essere umano, il quale, come spirito incarnato, non solo non ha accesso alla realtà senza la mediazione dei sensi e dei segni, ma soprattutto entra in relazione con la coscienza di sé e del proprio destino soltanto attraverso la libertà e la decisione. Il senso dell’esistenza non può essere esibito come un dato gettato tra le cose della vita e che uno può prendere o lasciare a piacimento; è invece una direzione, un orizzonte che si rende presente soltanto a condizione di volerlo e di sceglierlo come già dimensione costitutiva di sé. Più esattamente, il senso dell’esistenza si rende visibile e riconoscibile nell’atto stesso in cui lo si abbraccia come proprio fondamento. C’è una sorta di inesauribile circolarità fra visione ed elezione della realtà, fra percezione e libera scelta del fondamento ultimo: lo si vede perché lo si sceglie e lo si sceglie perché lo si vede, simultaneamente. La testimonianza dei segni media tra verità e libertà; e permette alla verità di offrirsi senza annullare la libertà e alla libertà di esprimersi effettivamente senza correre il rischio di smarrirsi priva di oggetto. La struttura dell’essere umano postula, dunque, la necessità della testimonianza ed esige la fedeltà alla polarità circolare di verità e libertà, pena la perdita di entrambe[2].

La testimonianza tra coscienza e verità

Queste sintetiche considerazioni previe vorrebbero avere  anche l’intento di scongiurare una deriva ricorrente nel modo di rappresentarci la testimonianza, che definirei di tipo moralistico o edificante, quando, cioè, la si riduce al buon esempio, a un impegno aggiuntivo che siamo invitati ad assumere ma che non sarebbe parte di ciò che è invece necessario al nostro vivere, uno sforzo in fondo estraneo alla dinamica propria dell’esistenza, un gesto volontaristico, alla fine, buono per fanatici che devono a tutti i costi fare proseliti per qualche causa. Tale visione esornativa  della testimonianza denuncia di fatto un inadeguato rapporto con la verità e con la libertà, un mancato inserimento nel felice circuito della loro riuscita attuazione nella nostra esistenza. È molto facile condurre esistenze senza verità e, quindi, senza libertà. Non si crede più nella verità unica e necessaria, si viaggia attraverso un mercato variopinto di verità relative e facilmente surrogabili; e d’altra parte lo spazio vuoto diventa l’ambiente adatto di una libertà ridotta ad arbitrio, il cui sbocco dà sul nulla.

Il rischio di un simile fraintendimento è fortemente incidente quando si perda di vista il fondamento antropologico della testimonianza e il suo rapporto costitutivo con la verità. Un rapporto che risalta nella comprensione e nella esperienza cristiana della realtà, a sua volta intaccata dalla dissociazione prodottasi in epoca moderna e contemporanea tra persona e cultura e, ultimamente, tra coscienza e verità. Trovo interessante l’idea della riduzione della cultura da «codice assiologico, o […] ethos, per sua natura capace di raccomandare una figura alla vita determinata del singolo» a «repertorio di risorse espressive al servizio del soggetto individuale»; una cultura non più «prefigurazione delle forme della vita degna»[3], in un certo senso testimonianza di un orizzonte ordinato e coerente di significati per l’esistenza, bensì soltanto mare di relitti simbolici a cui attingere per costruzioni quanto mai improbabili e precarie. Questo tempo in cui tutto ciò che ha a che fare con l’ambito dei valori, delle credenze, della scelta ideale, religiosa e morale tende a essere rigorosamente relegato nel ridotto della coscienza intesa come spazio meramente privato, e in cui lo spazio pubblico viene concepito come ambito di regolamentazione esteriore funzionale a una convivenza ordinata priva di riferimenti ulteriori condivisi, la verità viene di fatto espunta dal confronto pubblico e l’identità personale rimossa. Comprendiamo perché Benedetto XVI insista sulla necessità, per il bene stesso delle persone e della società intera, di ridare cittadinanza alla presenza di Dio e alla stessa verità dell’uomo[4].

Verità e testimonianza in prospettiva cristiana

La riscoperta del senso cristiano della verità e della testimonianza ha il valore non solo di riportare all’attenzione una dimensione costitutiva della fede e dell’esistenza credente, ma anche di contribuire alla ricomposizione di una cultura segnata dalla dissociazione e minacciata di dissoluzione. Proviamo allora a soffermarci sulla prospettiva cristiana del rapporto intrinseco tra testimonianza e verità e della sua costitutiva dimensione martiriale.

In realtà il rapporto intrinseco tra testimonianza e verità è nella prospettiva cristiana una relazione personale, la relazione tra il credente e Cristo Gesù quale sacramento dell’ultimo fondamento della realtà in Dio. Per cogliere adeguatamente tale relazione bisogna, però, che prima richiamiamo la logica testimoniale che presiede all’evento Cristo come tale. Egli stesso, infatti, è per primo qualificabile come testimone. A farlo, soprattutto, sono insistentemente i testi giovannei del Nuovo Testamento. Gesù si dichiara «venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37); egli è «il testimone fedele» (Ap 1,5), perché le sue opere gli rendono testimonianza (cf. Gv 10,25), ma anche il Padre (cf. Gv 5,36ss) e lo Spirito Santo (cf. Gv 16,13s)[5]. La verità cui rende testimonianza è la verità della sua comunione con il Padre e con lo Spirito Santo, è la verità di Dio, che è Dio stesso e il suo amore trinitario, nel quale «ogni Persona è se stessa proprio perché è per l’Altra, il Padre per il Figlio come il Figlio per il Padre nel loro comune Spirito (Gv 17)», così che «fuori della verità dell’amore tra il Padre e il Figlio non c’è nessuna verità»[6].

In forza della comunione delle Persone divine e della missione che il Padre affida al Figlio[7]nello Spirito, Gesù può rendere testimonianza alla verità e identificare se stesso con la «verità» (Gv 14,6). In lui dunque coincidono verità e testimonianza, egli è testimone di se stesso, della sua identità divina, come attestano le sue parole e le sue opere, unitamente alla testimonianza del Padre e dello Spirito. Egli è il testimone e il testimoniato perché in persona Dio e uomo, il rivelatore e il rivelato. Nessun altro potrebbe rendere per primo testimonianza alla sua incarnazione se egli stesso non rendesse testimonianza, come uomo, alla sua ultima identità divina nella comunione con il Padre nello Spirito.

L’identità umana di Gesù è indissolubilmente intrecciata con quella di Dio; Gesù e Dio sono una cosa sola; lo sono nella sua persona, perché innanzitutto egli lo è con le Persone divine. La sua verità, la verità che egli è e che è venuto a testimoniare, si trova a essere confrontata con l’indifferenza e con il rifiuto: «Venne fra i suoi e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). Di fronte al rifiuto Gesù non fa altro che rimanere fedele alla sua identità di Figlio incarnato e alla missione del Padre nello Spirito, fedele alla comunione eterna di amore divino a cui essenzialmente appartiene; e questo ad ogni costo, ad ogni prezzo, anche il prezzo della vita umana. Venir meno a questa identità sarebbe l’assurdo, la possibilità di una contraddizione in Dio, un venir meno di Dio a se stesso, una divisione in lui. La morte di Gesù diventa, invece, da annientamento della sua umanità esaltazione della sua identità, vittoria della vera vita, affermazione piena della verità di Dio in lui. Sulla croce egli appare chi egli veramente è; rende perfettamente testimonianza a se stesso di quella verità di Dio che la risurrezione disvela indefettibilmente.

In questo modo contempliamo manifestata in Gesù Cristo la verità nel suo fondamento trinitario, nella sua testimonianza e nel suo prezzo. In Gesù ritroviamo la radice e il compimento della testimonianza resa alla verità nella sua intensità più alta, quella martiriale. In Gesù innanzitutto testimonianza e martirio coincidono, in un senso che prima di essere etimologico e verbale è reale, mostrando in lui il modello, oltre che il promotore, del vero uomo e del vero credente.

Fede e testimonianza

Solo Cristo può rendere testimonianza a se stesso come Figlio incarnato, rivelatore e salvatore, ma solo un credente con la sua testimonianza può consentire al testimone per eccellenza di rendersi ancora personalmente presente nella vita di uomini e donne di ogni tempo. La logica testimoniale di Cristo presiede anche all’esistenza dei credenti in lui. Tra fede e testimonianza si può descrivere un rapporto come tra interno ed esterno: sono due facce della stessa medaglia. La testimonianza rende manifesto ciò che la fede vive e sperimenta.

Il credente in Cristo innanzitutto accede alla fede grazie alle testimonianze che incontra sul suo cammino. Ma la cosa straordinaria è che egli, attraverso i segni e le testimonianze disposte sulla sua strada, incontra Cristo in persona. Egli rivive l’esperienza archetipica della rivelazione nella sua dinamica di svelamento e ri-velamento. Sì, perché la rivelazione non è lo schiudersi dello splendore della rivelazione senza zone d’ombra, ma il manifestarsi per segni, tra luci e ombre, del mistero di Dio in Cristo come ultimo fondamento della realtà a cui aderire in libertà. Essa contiene abbastanza luce per lasciarsi riconoscere, ma conserva abbastanza ombra per non imporsi e costringere a credere; poiché non può esserci fede senza adesione libera, e un’adesione libera non si produce senza lo scarto posto non solo dalla scarsa luce ma anche dalle resistenze del cuore. Gli occhi dell’uomo non possono vedere Dio: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18). La dinamica dell’incontro di fede prevede innanzitutto l’iniziativa di Dio, il quale tocca il cuore dell’uomo che incrocia simultaneamente la parola e il gesto del testimone; nell’atto in cui si lascia smuovere nel cuore l’uomo raggiunto da Dio acquista gli occhi che fanno vedere i segni inconfutabili della sua presenza e della sua azione; ma egli deve volere, deve consentire con tutta la sua persona al tocco dello Spirito che permette di vedere la realtà che solo gli occhi della fede possono scrutare[8].

È di assoluto rilievo comprendere che l’evento di fede non ha solo, ma ha anche un rilievo intellettuale; esso si compie, infatti, come in Cristo Gesù e lungo tutta la storia della rivelazione, grazie a «eventi e parole» (DV 2). E la sua efficacia non è solo intellettuale, poiché raggiunge la persona intera. Di fatto il dono della fede instaura una relazione di comunione interpersonale profonda con Dio per Cristo nello Spirito. Quella relazione con le Persone divine che per Gesù sta a fondamento della sua identità e all’origine della sua missione, per il credente in Cristo è il dono del suo incontro di fede. Il credente in quanto tale viene stabilito, dunque, nella comunione di amore delle Persone divine. Le parole della dottrina sono la formulazione necessaria per dare espressione rispondente alla realtà della condizione assolutamente nuova in cui l’uomo è stabilito grazie all’incontro di salvezza. La fede è incontro e comunione personale; la verità non è solo contenuto intellettuale, è quella Persona vivente, posta come ultimo fondamento della realtà, che il credente ama con tutto se stesso, a cui rende omaggio e dedizione, a cui vota ogni energia di intelletto e di ragione. Il credente sa che conoscenza e amore crescono insieme, e che non c’è l’uno senza l’altro. L’amore fa vedere e la conoscenza accresce l’amore.

Vivere in questa relazione è già testimoniare. La struttura del nostro essere umano è tale per cui non solo il nostro parlare e agire, ma anche la sola nostra presenza ha la forza di esprimere ciò che alberga nell’intimo della nostra coscienza, come del resto è avvenuto innanzitutto in Gesù stesso, per il quale rivelare non era una attività separata dalla totalità della sua esistenza e del suo essere[9].

Testimonianza e giudizio

La nostra presenza testimoniante deve, però, misurarsi, e anche verificarsi, da un lato con un carattere non trascurabile della rivelazione di Gesù Cristo e dall’altro con un aspetto caratteristico del clima culturale odierno. L’aspetto che è stato indirettamente segnalato a proposito del rifiuto opposto a Gesù conducendolo a morte è quello che potremmo chiamare il carattere giudiziale della sua parola e della sua presenza. Quella di Gesù è una offerta di sapienza divina e di salvezza che interpella la libertà ma pone precise condizioni, esercitando un giudizio secondo verità e giustizia sull’esistenza e sulla storia dell’uomo. Prima delle sue parole, la sua persona e il suo modo di vivere sono una condanna verso tutti coloro che si chiudono a Dio e al suo inviato. La sua presenza non lascia indifferenti, scuote e chiede una presa di posizione, produce una divisione: o con lui o contro di lui.

Questo carattere di giudizio non può essere strappato dalla fede cristiana; un giudizio che non si scagli, come molti vorrebbero, contro singole persone, ma che faccia risaltare per contrasto con le parole dei credenti e con la loro vita l’adesione o il rifiuto verso la verità e il bene che sono in Cristo Gesù. Di fatto questo carattere ha prodotto in ogni epoca cristiana, fin dalle origini, moti di persecuzione i cui effetti non hanno tardato a farsi sentire fino a produrre il sacrificio supremo, il martirio[10]. La situazione culturale odierna, mentre conosce vaste regioni in cui il martirio viene perpetrato in forme e misure perfino superiori a tante epoche del passato[11], presenta nel nostro Occidente una modalità di rimozione che sposta da Cristo alla Chiesa il termine del rifiuto e del contrasto, sottraendosi al giudizio della verità[12]. La responsabilità di noi credenti sta tutta nella capacità di ripresentare al vivo la verità di Cristo e la sfida che egli lancia attraverso la nostra testimonianza resa a quanti sono chiamati a incontrarlo. Per questo dobbiamo ripercorrere conclusivamente la connessione tra testimonianza e martirio evidenziando la peculiarità di quest’ultimo.

Testimonianza e martirio

Uno sguardo alla teologia del martirio, alle sue fonti, alla sua storia, ai suoi modelli[13]permette di coglierne il nucleo essenziale nella relazione personale con Gesù, vissuta come indissolubile e inalienabile, al punto di sperimentarla come più preziosa della vita terrena. Attorno a questo dato si raccoglie una ricca serie di elementi dai quali non è separabile il nesso intimo con l’esistenza credente ordinaria. Questa è segnata strutturalmente dal paolino: «e non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Il credente ha trovato in lui la propria identità; il legame con lui costituisce la radice e il fondamento del suo essere, la promessa di vita piena, riuscita e definitiva, al punto che separarsi da lui sarebbe come finire di essere. Tutto questo, vissuto come costante dell’esistenza credente ordinaria, conduce spontaneamente a una fedeltà mantenuta ad ogni costo[14]. Il martirio è il coronamento della vita cristiana nella sua fondamentale e radicale esigenza di fedeltà al Signore[15].

Importante osservare che nel congiungimento di “eventi e parole” che si compie nel testimone, il quale confessa e annuncia con le parole e con la vita ciò che egli è e ciò che egli crede, il termine greco che sta per testimonianza, ovvero ‘martyrion’, nel corso del II secolo diventa termine tecnico cominciando a indicare il racconto sulla testimonianza del martire e la cappella che ne accoglie il corpo. Il termine rimanda così alla testimonianza muta, resa dal martire con i fatti, interpretata dal racconto e significata dalle reliquie[16].

Nella prospettiva dei cristiani dei primi secoli[17], il martirio viene desiderato e preparato lungo una vita intera di dono, che rende pronti a sopportare tutto nel momento del combattimento supremo. Esso viene vissuto come un secondo battesimo, una nuova professione di fede che consuma e compie il primo battesimo. Ma soprattutto esso è suprema perfezione e perfetta carità, nella quale consiste il vero sacrificio. La sofferenza è il mezzo privilegiato dell’offerta; ma non è essa in primo piano, per quanto non sia presa alla leggera. Scrive S. Agostino: «non è la pena che fa il martire, ma la causa»[18]. Non si tratta di esporsi al pericolo, ma di sopportare volontariamente la sofferenza che si presenta come inevitabile prezzo della fedeltà al Signore in un atteggiamento di pazienza, animati da un amore per Dio e per l’eternità che è più forte di ogni prova[19].

Profondamente sentita nei martiri è l’unione stretta al sacrificio di Cristo, di cui come discepoli non imitano tanto i gesti quanto la persona, ultimamente nella sua passione; la loro è una imitazione vissuta nella Chiesa, in una carità che è una sola cosa con la fede. E il Padre accoglie l’offerta perché innanzitutto il credente ha accolto da lui come chiamata, dono e grazia il martirio. Nessuno può farsi martire da sé[20]; ciascuno piuttosto può disporsi ad esso e accoglierlo nel rendimento di grazie. Allora Cristo viene a rivivere nel martire il suo mistero pasquale, così che non sono i martiri a combattere bensì Cristo in essi e con essi. Il contenuto della testimonianza dei martiri è la fede nella risurrezione dei corpi. Sta qui la specificità originaria del martirio cristiano. Nel martire si mostra con i fatti la verità cristiana[21], e si mostra innanzitutto agli stessi credenti perché siano confortati ed esortati.

«Il martirio è una dimostrazione del fatto che la forza di Dio è potente nei deboli […] la testimonianza di forza data dal martire non si limita alla virtù morale con la quale egli sopporta gli oltraggi, ma si manifesta nel paradossale conforto che il martire prova nelle pene […]. Così il corpo del martire rende la testimonianza alla verità della risurrezione del corpo, alla potenza dello Spirito che comincia a trasfigurarlo nel momento del martirio. […] il martirio è anche una testimonianza resa alla vittoria del Cristo su Satana e sulla sua arma più temibile, la morte. Così il martire riceve la corona dell’incorruttibilità. Nel suo combattimento, il martire è assistito dalla potenza del Cristo; anzi, c’è di più: è il Cristo stesso che soffre, lotta e vince in lui. Il suo martirio non assomiglia dunque soltanto alla passione del Cristo, ma il Cristo è presente e agisce un’altra volta nel suo martirio. Nella misura in cui è il Cristo che è presente nel martire, è anche lui che rende “testimonianza” nel suo martirio ed attraverso ad esso. È molto importante constatare che, nel caso del martirio, non è il martire che rende testimonianza, in parole e fatti, ma sono Dio Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che rendono testimonianza. Il martirio è dunque una grazia di Dio che non si può ricercare, ma che si riceve. Di conseguenza, la Chiesa riceve la testimonianza del martirio come testimonianza del Cristo»[22].

Testimonianza e martirio oggi

Noi siamo chiamati alla medesima fedeltà delle origini e dei martiri di tutti i tempi. Raccogliamo così l’indicazione di papa Benedetto XVI: «Anche questo XXI secolo si è aperto nel segno del martirio. Quando i cristiani sono veramente lievito, luce e sale della terra, diventano anche loro, come avvenne per Gesù, oggetto di persecuzioni; come Lui sono “segno di contraddizione”. La convivenza fraterna, l’amore, la fede, le scelte in favore dei più piccoli e poveri, che segnano l’esistenza della Comunità cristiana, suscitano talvolta un’avversione violenta»[23].

In una ripresa conclusiva della Meditazione che papa Benedetto XVI ha tenuto all’apertura del Sinodo dei Vescovi per il Medioriente, l’11 ottobre scorso, la nostra riflessione può trovare, ora, puntuale attualizzazione. Egli evidenzia il nesso tra la Theotókos e la Mater Ecclesiae con uno sguardo al capitolo 12 dell’Apocalisse, osservando che «solo tramite la Croce avviene il cammino verso la totalità del Cristo, verso il suo Corpo risorto, verso l’universalizzazione del suo essere nell’unità della Chiesa». Tale cammino si attua attraverso quella che chiama «la caduta degli dei». E prosegue: «così la trasformazione del mondo, la conoscenza del vero Dio, il depotenziamento delle forze che dominano la terra, è un processo di dolore. […] E si realizza realmente, proprio nel tempo della Chiesa nascente, dove vediamo come col sangue dei martiri vengono depotenziate le divinità […]. È il sangue dei martiri, il dolore, il grido della Madre Chiesa che le fa cadere e trasforma così il mondo. Questa caduta non è solo la conoscenza che esse non sono Dio; è il processo di trasformazione del mondo, che costa il sangue, costa la sofferenza dei testimoni di Cristo. E, se guardiamo bene, vediamo che questo processo non è mai finito.

Si realizza nei diversi periodi della storia in modi sempre nuovi; anche oggi, in questo momento, in cui Cristo, l’unico Figlio di Dio, deve nascere per il mondo con la caduta degli dei, con il dolore, il martirio dei testimoni. Pensiamo alle grandi potenze della storia di oggi, pensiamo ai capitali anonimi che schiavizzano l’uomo, che non sono più cosa dell’uomo, ma sono un potere anonimo al quale servono gli uomini, dal quale sono tormentati gli uomini e perfino trucidati. Sono un potere distruttivo, che minaccia il mondo. E poi il potere delle ideologie terroristiche. Apparentemente in nome di Dio viene fatta violenza, ma non è Dio: sono false divinità, che devono essere smascherate, che non sono Dio. E poi la droga, questo potere che, come una bestia vorace, stende le sue mani su tutte le parti della terra e distrugge: è una divinità, ma una divinità falsa, che deve cadere. O anche il modo di vivere propagato dall’opinione pubblica: oggi si fa così, il matrimonio non conta più, la castità non è più una virtù, e così via».

L’immagine del drago che riversa un fiume d’acqua contro la donna in fuga per travolgerla, poi, permette di osservare che «la buona terra assorbe questo fiume ed esso non può nuocere. Io penso – dice il Papa – che il fiume sia facilmente interpretabile: sono queste correnti che dominano tutti e che vogliono far scomparire la fede della Chiesa, la quale non sembra più avere posto davanti alla forza di queste correnti che si impongono come l’unica razionalità, come l’unico modo di vivere. E la terra che assorbe queste correnti è la fede dei semplici, che non si lascia travolgere da questi fiumi e salva la Madre e salva il Figlio». La fede dei semplici è la stessa fede dei martiri, è cioè la fede dei testimoni, la fede di ogni tempo della Chiesa che chiede anche a noi di raccoglierne la fiaccola e di tenerla accesa con una fedeltà perseverante sino alla fine. Allora «le fondamenta della terra non possono vacillare se rimane ferma la fede, la vera saggezza».


Note
[1]P. Ricoeur, L’ermeneutica della testimonianza [1972], in Id., Testimonianza parola e rivelazione, ED, Roma 1997, 74.
[2]Cf. P. Martinelli, La testimonianza. Verità di Dio e libertà dell’uomo, Paoline, Milano 2002, 61-110.
[3]G. Angelini, Introduzione. Ripensare la testimonianza e la sua connotazione giudiziale, in G. Angelini-S. Ubbiali (ed.), La testimonianza cristiana e testimonianza di Gesù alla verità, Glossa, Milano 2009, XI.
[4]Cf. Benedetto XVI, Discorso alla Westminster Hall. Incontro con le Autorità Civili (17 settembre 2010).
[5]A Dio è riferita la testimonianza in 1Gv 5,9-11; allo Spirito in 1Gv 5,6; a Gesù Cristo in Ap 1,2.9; 12,17; 19,10; 20,4.
[6]H.U. von Balthasar, Teologica II: Verità di Dio, Jaca Book, Milano 1990, 202, cit. in P. Martinelli, Se comunicare è una questione di verità, in «Oasis» 7 (maggio 2008).
[7]Cf. Gv 3,17.34; 4,34; 5,23s.30.36-38; 6,29.38s.44.57; 7,16.18.28s.33; 8,16.18.26.29.42; 9,4; 10,36; 11,42; 12,44s.49; 13,20; 14,24; 15,21; 16,5; 17,3.8.18.21.23.25; 20,31.
[8]Cf. P. Rousselot, Gli occhi della fede [1910], Jaca Book, Milano 1977.
[9]Cf. DV 4.
[10]Cf. Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente (10 novembre 1994), n. 37; Omelia nella Commemorazione dei testimoni della fede del secolo XX (7 maggio 2000); Angelus (29 agosto 2004); Benedetto XVI, Angelus (26 dicembre 2007); Omelia nella celebrazione in memoria dei Testimoni della Fede del XX e del XXI secolo (7 aprile 2008); Udienza generale (11 agosto 2010); Meditazione al Sinodo per il Medioriente (11 ottobre 2010).
[11]Cf. anche L. Accattoli, Nuovi martiri. 393 storie cristiane nell'Italia di oggi, Cinisello Balsamo, San Paolo 2000; A. Riccardi, Il secolo del martirio. I cristiani nel novecento, Mondadori, Milano 2000; M. Susini, Il martirio cristiano esperienza di incontro con Cristo, Edb, Bologna 2003; Id., I martiri di Tibhirine, Edb, Bologna 2005; N. Venturi (a cura di), Testimoni dello Spirito, santità e martirio nel secolo XX, Paoline, Milano 2004.
[12]Cf. G. Angelini, Introduzione. Ripensare la testimonianza e la sua connotazione giudiziale, VIII-IX.
[13]Cf. M. Crociata, Martirio ed esperienza cristiana nella riflessione cattolica contemporanea, in Martirio e vita cristiana, a cura di M. Naro, S. Sciascia editore, Caltanissetta-Roma 1997, 29-94, che utilizzo di seguito.
[14]«I cristiani di questi primi secoli non sono degli eroi, ma gente “come tutti”, trasformata dal battesimo, che offre sacrifici spirituali, coscienti di appartenere a un popolo sacerdotale. Per essi il martirio è il vero coronamento di tutta la loro vita di fede e di carità» (R. Jacob, Le martyre, épanouissement du sacerdoce des chrétiens dans la literature patristique jusq’en 258, in «Mélanges de science religieuse» 24 [1967] 58).
[15]«Ogni testimone della fede vive questo amore “più grande” e, sull’esempio del divino Maestro, è pronto a sacrificare la vita per il Regno. In questo modo si diventa amici di Cristo; così ci si conforma a Lui, accettando il sacrificio fino all’estremo, senza porre limiti al dono dell’amore e al servizio della fede» (Benedetto XVI, Omelia nella celebrazione in memoria dei Testimoni della Fede del XX e del XXI secolo, 7 aprile 2008).
[16]Cf. W. Rordorf, Martirio e testimonianza, in «Rivista di storia e letteratura religiosa»8 (1972) 239-258.
[17]Per la parte che segue, cf. M. Crociata, Martirio ed esperienza cristiana nella riflessione cattolica contemporanea.
[18]S. Agostino, Sermo 331,2: PL 38,1460.
[19]E. Peterson (Martirio e Martire I. Concetto, in Enciclopedia Cattolica VIII, Città del Vaticano 1952, 235-236) parla di «situazione escatologica» per indicare che la testimonianza resa dal martire non è soltanto partecipazione alla passione del Signore in attesa della gloria, ma già essa stessa anche «rivelazione di una realtà nuova».
[20]«Il fondamentalismo – riducendo secondo un procedimento di coerenza autoreferenziale la testimonianza alla attestazione estrinseca di veritates, soprattutto di quelle non attingibili di prima mano, e/o ad una ostinazione personale che può giungere fino ad esporre la vita propria ed altrui – in realtà finisce col vanificare la verità per cui si espone . Non vede la differenza strutturalmente implicata nell’incatturabile atto di libertà nel quale soltanto ogni uomo decide della sua umanità perché il fondamento stesso sceglie l’atto di libertà umana come il luogo della sua donazione. In questo senso il fondamentalismo è sempre oggettivamente foriero di falsa testimonianza» (A. Scola, Quale fondamento? Note introduttive, in «Communio» 180 [2001] 27).
[21]«Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità. Rende testimonianza alla verità della fede e della dottrina cristiana. Affronta la morte con un atto di fortezza» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2473).
[22]W. Rordorf, Martirio e testimonianza, 252-254.
[23]Benedetto XVI, Omelia nella celebrazione in memoria dei Testimoni della Fede del XX e del XXI secolo, 7 aprile 2008.

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