IL FUTURO PASTORALE DEL MEZZOGIORNO D’ITALIA
Lettura teologico-pastorale del Documento della CEI
"Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”
Introduzione
Il documento dei vescovi italiani “Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno” non intende mostrare la via per una comunità cristiana che intende farsi il lifting ad un ventennio dall’altro documento pubblicato dalla CEI Chiesa italiana e mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà. Non vuol né cantare le nenie pastorali di un cammino ecclesiale che mostra scricchiolii e crepe, né osannare una fede del tradizionalismo per cui si lascia passare il Sud come una “ruota di scorta” di un Italia attiva che usa questa parte del Paese solo in caso di necessità.
Il documento mostra chiaramente che la Chiesa del Sud è chiamata a proiettarsi in una prospettiva di nuova pastorale di evangelizzazione che mostri chiaramente i tratti di una comunità allargata.
La ricerca di un’azione pastorale parrocchiale mirante a formare comunità allargate richiede un lavoro capillare. Tale ricerca deve necessariamente inquadrarsi nel concetto di pastorale integrata individuata nel Convegno ecclesiale di Verona del 2006. [1] Il concetto di pastorale integrata non è altra che una sintesi tra pastorale organica e pastorale d’insieme. Una pastorale in grado di mettere insieme sia l’organizzazione di un lavoro svolto “ad intra”, attraverso il coordinamento della catechesi, della liturgia e della carità con un progetto unico di evangelizzazione; sia la testimonianza negli ambienti non propriamente ecclesiali, ma che richiedono la presenza della comunità ecclesiale sul mondo del lavoro, dell’economia e di qualunque altra realtà dove la parrocchia non può ritenersi assente.
Fondamentale in un’azione di pastorale integrata è la lettura del territorio. Molto spesso nell’elaborazione scientifica dell’analisi territoriale tutto si limita ad una elencazioni di numeri, soprattutto riguardanti i ragazzi/e frequentanti il catechismo sacramentale o semplicemente il numero dei partecipanti alla Messa domenicale. Poiché oggi non si può far coincidere la parrocchia con i frequentanti o con i simpatizzanti, risulta necessario che non ci si dimentichi che le singole persone vivono in realtà non circostanziate più dai comuni o dall’appartenenza al vicinato, ma sono inserite in un contesto più ampio che va dalla casa alla strada, dalla scuola al lavoro, dall’ambiente che si frequenta all’idea sociopolitica che ciascuno vive. Infatti, “considerando le traformazioni avvenute nella società, alcuni aspetti, rivelanti dal punto di vista antropologico, influiscono in modo particolare sul processo educativo: l’eclissi del senso di Dio e l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra intelligenza e affettività. Si tratta di nodi critici che vanno compresi e affrontati senza paura, accettando la sfida di trasformarli in altrettante opportunità educative. Le persone fanno sempre più fatica a dare un senso profondo all’esistenza. Ne sono sintomi il disorientamento, il ripiegamento su se stessi e il narcisismo, il desiderio insaziabile di possesso e di consumo, la ricerca del sesso slegato dall’affettività e dall’impegno di vita, l’ansia e la paura, l’incapacità di sperare, il diffondersi dell’infelicità e della depressione. … Il mito dell’uomo che si fa da sé finisce con il separare la persona dalle proprie radici e dagli altri, rendendola alla fine poco amante anche di se stessa e della vita”.[2]
Per poter realizzare la pastorale integrata, si deve a pieno diritto parlare oggi di comunità allargata, in cui i battezzati tutti siano coinvolti in modi e situazioni diverse da quelle proposte fino ad oggi. In altri termini, tutti i battezzati devono sentirsi comunità senza dover indicare loro le consuetudini annuali. La comunità allargata, che ha visioni lungimiranti è chiamata ad oscillare tra evangelizzazione e missione, dove ognuno è nello stesso tempo evangelizzatore ed evangelizzato.
Una comunità diversa fuori dagli schemi tradizionali: la comunità allargata e il suo fondamento teologico
Diventa fondamentale operare una progettualità della comunità ecclesiale nel Sud d’Italia affinché divenga una comunità allargata. La comunità allargata può determinare le scelte di vita per i singoli battezzati, siano essi frequentanti e non frequentanti poiché è in questo tipo di missione che si costruisce, si vive e si progetta il futuro della Chiesa.
Ripartendo dalla dimensione comunitaria appare con chiarezza che oggi si sente l’esigenza di progettare una nuova proposta pastorale. Non si tratta di inventarsi una comunità nuova, ma piuttosto di fondare comunitariamente il cammino ecclesiale secondo quanto il Vaticano II ha indicato dando ai laici una dimensione diversa.
Il tutto deve basarsi su un concetto che rivela le radici dell’agire pastorale puntando ad una teologia della nuova evangelizzazione.
Il binomio gerarchia/laicato se da un lato appare ampiamente superato con l’acquisizione di una concezione non più in contrapposizione, ma di un rapporto collaborativo tra laici e presbiteri, dall’altro si assiste ad una difficoltà a voler tentare una strada di esperienza ecclesiale diversa. Non si tratta solo di delineare i ruoli e i compiti dei sacerdoti e dei laici, delimitando i campi di azione, ma di cercare come vivere il senso del battesimo sia per i laici, sia per i presbiteri nella storia degli uomini. Infatti non si tratta di clericalizzare i laici o di laicizzare i presbiteri, ma piuttosto di superare questo binomio con la progettazione di itinerari di fede in cui ognuno si senta parte fondamentale di un’evangelizzazione da dover essere attuata. “La Chiesa appare, da molti punti di vista, più come istituzione che come comunione, più ricca di strutture istituzionali che di autentiche esperienze di comunità. Si spiegano così molti vicoli ciechi della pastorale sacramentarla e catechistica, molte crisi di appartenenza ecclesiale, non pochi casi di contestazione e di abbandono della vita cristiana, sacerdotale, religiosa. Il relativo successo di tante sette e movimenti esoterici ha anche alla sua base la ricerca di una fraternità non sperimentata nella comunità ecclesiale. L’istituzionalizzazione eccessiva, il predominio delle strutture giuridiche, il prevalere dei criteri di efficienza e di conservazione, oscurano con frequenza il volto umano e liberante della comunione di fede, soffocano l’esplicitarsi della vita comunitaria e impediscono alla Chiesa di essere credibile”.[3]
Sta proprio nella vita comunitaria la soluzione al superamento di questa dicotomia, poiché è proprio nell’esperienza della vita comune che ognuno deve realizzare il proprio carisma e rivelare la propria identità battesimale. Il secondo binomio osiamo definirlo con comunità/ministeri. Infatti, è la vita comunitaria che determina l’opzione ministeriale dei singoli e non una semplice idea attuativa di alcuni presbiteri che determinano l’agire dei laici. Le difficoltà nascono dal dover superare i settorialismi ecclesiali determinati dai tanti gruppi che spesso dividono più che creare la vita comunitaria. La comunità non è la somma dei diversi gruppi parrocchiali, ma è la vita di fede che ruota intorno all’unica catechesi, svolta per fasce d’età, alla partecipazione all’Eucarestia e alla progettazione di uno o più progetti caritativi rispettanti la scelte della comunità stessa. Tutto ciò permette di superare sia quella sorta di leaderismo che non permette di far emergere i diversi carismi di tutti, sia l’inserimento dei movimenti ecclesiali nella vita comunitaria che non sono chiamati a svolgere un’attività “a latere” o addirittura “in proprio”, ma a coinvolgersi nell’esperienza di tutti senza assolutizzare la propria. I ministeri, di conseguenza, sono l’espressione di tutti e soprattutto mostrano come ciascuno può (oltre che deve) collaborare più che lavorare per un’evangelizzazione del proprio campanile. “Ci sembra che il recupero della prospettiva comunitaria, col binomio comunità-ministeri e carismi, spinga a vedere la secolarità piuttosto come un carattere comune ad alcuni carismi e ministeri, non solo laicali. … Il rapporto col mondo caratterizza tutti i battezzati, in una varietà di toni e di forme, che ci pare più collegata a crismi personali, che a dirigere contrapposizioni tra laicato, gerarchia e stato religioso. E’ tutta la comunità credente che è interpellata dal saeculum, anche se alcuni, per un libero dono dello Spirito, hanno con esso un rapporto più proprio. Ciascuno è chiamato a relazionarsi alle realtà mondane secondo il proprium carismatico e ministeriale, che lo caratterizza”.[4]
Questo binomio fondamentalmente teologico appare a volte incompleto e poco efficace. Sembra, infatti, che la vita comunitaria sia completamente staccata dalle realtà del mondo e che tutto o ruoti intorno alla comunità oppure che la comunità debba dettare i tempi dell’evangelizzazione. Al contrario, l’evangelizzazione non segue i propri schemi, ma cerca di rispondere agli interrogativi che il mondo gli pone. Scaturisce da questo il terzo binomio che definiamo comunità allargata/nuova evangelizzazione.
Questo nuovo rapporto ha radici teologiche che Giovanni Paolo II aveva individuato gia nelle Redemptoris Missio. Compito fondamentale della comunità ecclesiale è quello di proiettarsi nell’evangelizzazione capillare di tutti in una dimensione universale. Infatti “l'universalità della salvezza non significa che essa è accordata solo a coloro che, in modo esplicito, credono in Cristo e sono entrati nella chiesa. Se è destinata a tutti, la salvezza deve essere messa in concreto a disposizione di tutti. Ma è evidente che, oggi come in passato, molti uomini non hanno la possibilità di conoscere o di accettare la rivelazione del vangelo, di entrare nella chiesa. Essi vivono in condizioni socio-culturali che non lo permettono, e spesso sono stati educati in altre tradizioni religiose. Per essi la salvezza di Cristo è accessibile in virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa relazione con la chiesa, non li introduce formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro situazione interiore e ambientale. Questa grazia proviene da Cristo, è frutto del suo sacrificio ed è comunicata dallo Spirito santo: essa permette a ciascuno di giungere alla salvezza con la sua libera collaborazione. Per questo il concilio, dopo aver affermato la centralità del mistero pasquale, afferma: «E ciò non vale solo per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore opera invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti, e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò, dobbiamo ritenere che lo Spirito santo dia a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale»”.[5] Si deve inoltre sottolineare che “oggi ci si trova di fronte a una situazione religiosa assai diversificata e cangiante: i popoli sono in movimento; realtà sociali e religiose che un tempo erano chiare e definite oggi evolvono in situazioni complesse. Basti pensare ad alcuni fenomeni come l'urbanesimo, le migrazioni di massa, il movimento dei profughi, la scristianizzazione di paesi di antica cristianità, L'influsso emergente del vangelo e dei suoi valori in paesi a grandissima maggioranza non cristiana, il pullulare di messianismi e di sette religiose. È un rivolgimento di situazioni religiose e sociali, che rende difficile applicare in concreto certe distinzioni e categorie ecclesiali, a cui si era abituati. Già prima del concilio si diceva di alcune metropoli o terre cristiane che erano diventate «paesi di missione», né la situazione è certo migliorata negli anni successivi. D'altra parte, l'opera missionaria ha prodotto abbondanti frutti in tutte le parti del mondo, per cui esistono chiese impiantate, a volte tanto solide e mature da ben provvedere ai bisogni delle proprie comunità e inviare anche personale per l'evangelizzazione in altre chiese e territori. Di qui il contrasto con aree di antica cristianità, che è necessario rievangelizzare. Alcuni, pertanto, si chiedono se sia ancora il caso di parlare di attività missionaria specifica o di ambiti precisi di essa, o se non si debba ammettere che esiste un'unica situazione missionaria, per cui non c'è che un'unica missione, dappertutto eguale. La difficoltà di interpretare questa realtà complessa e mutevole in ordine al mandato di evangelizzazione si manifesta già nel «vocabolario missionario»: a esempio, c'è una certa esitazione a usare i termini «missioni» e «missionari», giudicati superati e carichi di risonanze storiche negative; si preferisce usare il sostantivo «missione» al singolare e l'aggettivo «missionario» per qualificare ogni attività della chiesa. Questo travaglio denota un cambiamento reale, che ha aspetti positivi. Il cosiddetto rientro o «rimpatrio» delle missioni nella missione della chiesa, il confluire della missiologia nell'ecclesiologia e l'inserimento di entrambe nel disegno trinitario di salvezza, hanno dato un respiro nuovo alla stessa attività missionaria, concepita non già come un compito ai margini della chiesa, ma inserito nel cuore della sua vita, quale impegno fondamentale di tutto il popolo di Dio. Occorre, però, guardarsi dal rischio di livellare situazioni molto diverse e di ridurre, se non far scomparire, la missione e i missionari ad gentes. Dire che tutta la chiesa è missionaria non esclude che esista una specifica missione ad gentes, come dire che tutti i cattolici debbono essere missionari non esclude, anzi richiede che ci siano i «missionari ad gentes e a vita» per vocazione specifica”.[6]
Il concetto di una nuova evangelizzazione che dall’enciclica scaturisce esplicitamente richiede che tutto sia in prospettiva di una comunità che oltre al superamento dei “localismi gruppeschi” al proprio interno, si proietti proprio con i laici verso una realtà di attenzione per mettersi in relazione e in dialogo con un mondo diverso e apparentemente lontano dalla vita ecclesiale. Pur ribadendo che la missione è di tutta la comunità ecclesiale “la partecipazione dei laici all'espansione della fede risulta chiara, fin dai primi tempi del cristianesimo, a opera sia di singoli fedeli e famiglie, sia dell'intera comunità. …La necessità che tutti i fedeli condividano tale responsabilità non e solo questione di efficacia apostolica, ma è un dovere-diritto fondato sulla dignità battesimale per cui «i fedeli partecipano, per la loro parte, al triplice ufficio - sacerdotale profetico e regale di Gesù Cristo». Essi, perciò, «sono tenuti all'obbligo generale e hanno diritto di impegnarsi, sia come singoli, sia riuniti in associazioni, perché l'annunzio della salvezza sia conosciuto e accolto da ogni uomo in ogni luogo; tale obbligo li vincola ancor di più in quelle situazioni in cui gli uomini non possono ascoltare il vangelo e conoscere Cristo se non per mezzo loro». Inoltre, per l'indole secolare. che è loro propria, hanno la particolare vocazione a «cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e orientandole secondo Dio»”.[7]
La comunità allargata che potremmo definire la realizzazione concreta di un progetto ecclesiale, non è una sorta di alternativa alla vita della comunità oggi in atto, ma richiede che l’apostolato sia di stampo missionario ed accattivante nello stesso tempo e in cui i laici sono veri e propri protagonisti, come il Concilio ha espressamente affermato. “L'apostolato dei laici è partecipazione alla missione salvifica stessa della Chiesa; a questo apostolato sono tutti destinati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della confermazione. Dai sacramenti poi, e specialmente dalla sacra eucaristia, viene comunicata e alimentata quella carità verso Dio e gli uomini che è l'anima di tutto l'apostolato. Ma i laici sono soprattutto chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per loro mezzo. Così ogni laico, in virtù dei doni che gli sono stati fatti, è testimonio e insieme vivo strumento della stessa missione della Chiesa « secondo la misura del dono del Cristo » (Ef 4,7)”.[8] E inoltre “come i sacramenti della nuova legge, alimento della vita e dell'apostolato dei fedeli, prefigurano un cielo nuovo e una nuova terra (cfr. Ap 21,1), così i laici diventano araldi efficaci della fede in ciò che si spera (cfr. Eb 11,1), se senza incertezze congiungono a una vita di fede la professione di questa stessa fede. Questa evangelizzazione o annunzio di Cristo fatto con la testimonianza della vita e con la parola acquista una certa nota specifica e una particolare efficacia dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo”.[9]
La comunità allargata appare proiettata verso nuovi traguardi oscillando tra evangelizzazione e missione, dove ognuno è nello stesso tempo evangelizzatore ed evangelizzato.
Essa può determinare le scelte di vita per i singoli battezzati, siano essi frequentanti e non frequentanti.
Tutto ciò ci permette di capire l’importanza della pastorale integrata, frutto di quella organica e di quella d’insieme.[10] Essa s’inserisce a pieno titolo in una più ampia azione comparata che vede adulti, giovani e ragazzi inseriti in un itinerario ecclesiale. Inoltre, non può esimersi da una logica direttamente orientata ad un lavoro in cui ciascuno vive il suo ruolo come servizio.
La prima vocazione di una comunità allargata è il servizio gratuito nelle diverse realtà del territorio e con una finalità mirante a creare un’attenzione verso le stesse che attualmente esigono di essere evangelizzate.[11] La crisi educativa di cui oggi risentono i giovani rivela spesso una mancata evangelizzazione delle diverse realtà e nei più disparati luoghi. Oggi c’è bisogno di un nuovo stile di vita nella comunità ecclesiale, perché queste diventino attive e non stereotipate in uno stretto rapporto tra giovani e adulti. In questo modo l’adesione non può essere patrimonio personale o proposta spontanea o emotiva. Al contrario, l’azione pastorale dell’evangelizzazione scaturisce come figlia da quell’itinerario ecclesiale in cui tutti devono sentirsi protagonisti.
La vera crisi ecclesiale è purtroppo crisi della comunità ecclesiale che non è allargata, ma spesso troppo frammentata in vari rivoli in cui si cerca di far emergere uno o più aspetti e senza essere una pastorale integrata. “Nell’epoca della globalizzazione l’economia risente di modelli competitivi legati a culture tra molto diverse. I comportamenti economico-imprenditoriali che ne derivano trovano prevalentemente un punto d’incontro nel rispetto della giustizia commutativa. La vita economica ha senz’altro bisogno del contratto, per regolare i rapporti di scambio tra valori equivalenti. Ma ha altresì bisogno di leggi giuste e forme di ridistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono”.[12]
Proprio in virtù del battesimo che la Chiesa conferisce, tutta la comunità vive l’esperienza di essere un popolo sacerdotale in continuo pellegrinaggio. Questo ci permette di affermare che a nessuno è concesso di vivere un itinerario di fede come singoli, ma di procedere insieme per una progettualità di nuova evangelizzazione. Non possiamo, infatti, parlare di comunità allargata se non in una prospettiva di stretta intesa tra clero e fedeli che insieme si proiettano nell’annuncio celebrato della carità nella nostra società del post-moderno.
La pastorale della nuova evangelizzazione, chiamata a progettare e realizzare la comunità allargata, non può non tener presente l’uomo così com’è oggi. Sappiamo bene come la nostra società e quella del Sud Italia, Puglia compresa, è passata celermente dall’era dell’informatizzazione a quella della telematica, finendo per generare il fenomeno della globalizzazione.
Se da un lato, tale fenomeno ha permesso il collegamento tra popoli diversi e la possibilità di interagire tra culture diametralmente opposte, nel medesimo momento ha finito per invalidare quelle realtà specifiche che caratterizzano l’uomo collocato nel suo habitat naturale. Siamo così giunti, senza accorgecene, nella cultura e nella società del post-moderno in cui l’uomo si ritrova come un essere catapultato nella realtà, ma senza possibilità di pensare.
Il pensiero modernista riconosce un'importanza suprema ad ideali come la razionalità, l'obiettività, il progresso e ad altre idee di derivazione illuministica, idee caratterizzanti le correnti del positivismo e del realismo ottocentesco. Il postmodernismo si interroga sulla reale esistenza di tali ideali.
La teoria del postmoderno, quindi, mette in evidenza che sia le condizioni economiche, sia quelle legate all’evoluzione tecnologica hanno plasmato una società, in cui i padroni sono i media finendo per essere una grande macchina che clona uomini e donne che non comunicano tra loro. Si autoreferenziano per quanto riguarda l’agire e i pseudo ideali che coltivano, dimenticando l’importanza del ruolo del cristianesimo che si è sempre posto dalla parte dell’uomo.
Nasce così una società del sincretismo sulle idee e anche a livello religioso tutto appare uguale e clonato in obiettivi poco chiari. Le teorie del post-moderno diventano un collage senza senso compiuto.[13]
Per questo è necessario che la comunità cristiana sia chiamata ad essere un corpo capace di comunicare con il mondo e non una semplice detentrice del sacro. In altri termini, una comunità che mostri nella storia uno spazio reale tra Dio e l’uomo nella difficile situazione in cui vive. “Un cristianesimo di spazi invitanti, accogliente, aperto, che dona respiro e nuova lena, ma anche in grado di opporre resistenza, contestando ogni umana pretesa di proporsi come Dio e come divino, come assoluto e come assolventesi: un cristianesimo dotato di carica profetica di chi sa e ricorda che questo mondo non è il paradiso, ma il giardino della cura e della crescita nell’attesa dei cieli nuovi e della nuova terra”.[14]
La comunità ecclesiale è così invitata a dare risposte all’era dell’uomo apparente trascinato dall’onda della commercializzazione, dove tutto si misura sul denaro. Infatti il singolo finisce per essere un homo ludens che cerca di apparire anche mercificando se stesso ed è tutto proteso in un precariato di vita. Si comprende come tutto diventa instabile: convivenze, coppie di fatto, corsa alla fortuna e soprattutto decisioni rimandate nel tempo.[15]
Appare chiaramente che la prospettiva di una comunità allargata richiede che questa si ponga in uno stato di missione senza tradire gli insegnamenti del Maestro. La stessa missione non può intendersi come un atto singolo di qualcuno. Infatti la missione richiede quella carità che è alla base dell’agire in una prospettiva di cammini svolti dall’intera comunità che trova fondamento nel Vaticano II. “Se nella Gaudium et Spes la chiesa rinuncia al suo isolamento e alla politica di difesa ad oltranza di fronte al mondo moderno, nella Lumen Gentium la chiesa rinuncia alla rigidità delle strutture e delle definizioni ecclesiologiche. … La chiesa vuol essere segno di presenza, invito al dialogo e mezzo per raggiungere questi scopi nella grave e complessa crisi del nostro tempo, … armonizzando continuità, apertura, tradizione, spontaneità e rinnovamento. … Ed è in questo modo che potrà fare da agente catalizzatore dell’uomo post-moderno nella scoperta della dimensione spirituale sua e della società”.[16]
Gli elementi essenziali in cui la comunità allargata è chiamata ad esprimersi sono la trasparenza delle opere buone, la gratuità dei gesti e la concretezza. “L’opportunità, anzi la necessità, di possedere una visione ed una conoscenza vera dell’annuncio cristiano e delle sue conseguenze per la vita dell’uomo non esonera dalla fatica di elaborare convincimenti di azione che siano rispettosi dei condizionamenti di fatto del vissuto umano e insieme diano realizzazione alle intenzioni profonde del messaggio cristiano stesso”.[17]
Si comprende ancora di più come l’azione pastorale ecclesiale non può essere un’organizzazione o la realizzazione di iniziative saltuarie, ma il risultato di un lungo lavoro in cui laici e presbiteri stringono un’intesa finalizzata ad attuare un’evangelizzazione più capillare e attenta nei confronti di chi attualmente risulta assente dalla vita ecclesiale.[18]
La comunità allargata è la nuova prospettiva, che fondata sui dati biblici, prima esaminati, può produrre un’evangelizzazione nuova in una chiara dimensione di ricerca capillare di tutti.
Il perché di una nuova pastorale d’evangelizzazione
La situazione storico-politica degli ultimi anni ci mostra non solo un’Italia con partiti diversi, ma a volte divisa da leghismi e particolarismi. In questo modo il Sud appare camminare a rilento, nonostante la pronta solidarietà delle singole comunità ecclesiali verso le nuove frontiere della povertà, a partire dall’accoglienza degli immigrati.[19] “Con rinnovata urgenza si pone la necessità di ripensare e rilanciale le politiche di intervento … in particolare verso i più deboli, al fine di generare iniziative autopropulsive di sviluppo”.[20]
E’ fondamentale a questo punto alzare lo sguardo a quanto il mondo politico afferma per poter discernere il cammino che potremmo progettare come comunità ecclesiale. Lo sguardo sul Sud Italia è essenzialmente proficuo se non ci poniamo o schieriamo dalla parte di nessuno. La strategia del Vangelo è quello di stare dalla “parte di tutti”, ma è necessario essere pronti a proiettarsi nella dinamica di nuova evangelizzazione che ponga l’attenzione sulle realtà che a nostra volta sono alla base di una dinamica pastorale.
Due tipi di interventi ci aiutano ad andare in questa direzione. Proviamo a metterli a confronto. Il primo afferma: “il Sud è stato troppo a lungo silente, ostaggio della demagogia nordista, raccontato come fenomenologia del parassitismo e delle mafie, percepito come un vuoto a perdere o come una palla al piede. Noi fortunatamente non abbiamo reagito replicando contro il Nord lo stesso copione, non siamo diventati “sudisti”, anche perché quel Settentrione lo amiamo, lo abbiamo costruito un po’ anche noi con la fatica dei nostri emigranti, ne subiamo il fascino, lo viviamo come l’altra parte di noi stessi. E quando lassù arrestano un direttore di Asl per ‘ndrangheta o scambiano una sacca di sangue uccidendo un paziente, noi non diamo giudizi tuonanti e general-generici, non buttiamo tutto e tutti nella discarica dei pregiudizi, non diciamo che il Nord è l’inferno. Vorremmo avere anche noi il diritto di essere criticati quando sbagliamo, ma incoraggiati quando abbiamo talento, quando inventiamo frammenti di mondo nuovo, quando costruiamo pagine di bellezza e di legalità, così come ha fatto quel piccolo grande italiano del Cilento, Angelo Vassallo, che con la sua vita e con la sua morte per mano della camorra ha incarnato un Sud pulito e con la schiena dritta”.[21] E continua “dobbiamo mostrare una grande capacità riformatrice, il sistema-Paese è in gravissimo affanno, la recessione non è alle nostre spalle: sburocratizzare e modernizzare è una necessità non più rinviabile. Ma ancora non basta. Si perdono posti di lavoro, e tanti, laddove non c’è innovazione di processo e di prodotto, laddove persistono modelli produttivi obsoleti, laddove latitano le politiche pubbliche. Appare illusorio e crudele pensare di divenire più competitivi liberandosi dalle norme che proteggono la sicurezza di chi lavora, in un Paese che fa 1200 morti all’anno sul lavoro. Viceversa occorre puntare sulla qualificazione degli apparati produttivi, sulla cooperazione tra imprese, su politiche statali che accompagnino con incentivi anche fiscali le aziende che innovano e si dotano di lavoro stabile e competente. Il lavoro, la sua dignità, la sua ricchezza sociale, questa per noi oggi è la sfida. Anche il lavoro spasmodicamente inseguito dai migranti che ci portano ricchezza e a cui offriamo povertà e persino la gelida dogana del razzismo. Il lavoro come diritto contro il lavoro come merce, solitudine, paura. In una nuova alleanza tra lavoro, impresa e saperi. Il Sud è stanco della propria marginalità, stanco di essere depredato sistematicamente dei trasferimenti ordinari e ormai anche della finanza addizionale. Con il nostro salvadanaio si paga tutto, dagli ammortizzatori sociali alle multe delle quote latte. Il Sud che vuole custodire la propria bellezza e la propria storia, che vuole estrarre ricchezza dal proprio patrimonio di luoghi memorie e risorse, che non vuole soffocare nella melma delle mafie, chiede un destino sociale e produttivo capace di affrontare i dilemmi del tempo nostro: il diritto alla felicità delle giovani generazioni, la ricchezza delle esperienze e dei saperi delle donne, una qualità sociale capace di incrociare la qualità ambientale. Il Sud chiede modernità e libertà. Una classe dirigente all’altezza di un tempo così burrascoso ha il dovere di dedicarsi all’ascolto attento e sincero di questa domanda. Il Sud ha smesso di tacere”.[22]
Il secondo afferma: “il Mezzogiorno non è intrinsecamente povero. E’ ricco di risorse. Ha territorio, clima, cultura, tradizioni, che ne fanno una delle aree più pregiate del mondo.
Sento parlare di complessi di inferiorità o addirittura di colpa.
Non credo che chi, nel Sud, ha reso possibile la produzione e produce un acciaio tra i migliori d’Europa, componenti avanzatissime per aerei di linea, alcuni tra i vini migliori del mondo, prodotti informatici di avanguardia avverta senso di inferiorità o di colpa.
Il Sud ha risorse naturali. Ha capacità e competenze industriali. E ha anche un significativo numero di imprese, che compiono sforzi immensi per restare sul mercato e che vanno aiutate e sostenute nella loro crescita dimensionale e qualitativa. Il Sud tuttavia non è ancora ”sistema”, non pensa se stesso come un’area economica integrata, ma come una semplice somma di territori, problemi, reclami, che produce un esasperato localismo anche nell’utilizzo delle risorse pubbliche”.[23]
Da ciò enuclea quelli che saranno le prospettive del futuro:
il primo è sicuramente quello relativo ai grandi assi ferroviari che devono riconnettere il Mezzogiorno secondo le direttrici Nord – Sud, Est – Ovest;
migliorare gli sforzi di tanta parte del corpo docente per offrire nei confronti delle giovani generazioni che ”brucia” le opportunità di crescita individuale dei giovani meridionali e che riduce drasticamente l’attrattività del sistema economico meridionale per nuovi investimenti nei settori produttivi ad alto valore aggiunto.
Una situazione cui porre definitivamente rimedio attraverso un programma straordinario di miglioramento dell’efficacia del sistema scolastico meridionale che va collegato a una nuova stagione di impegno nell’Università;
il mondo universitario del Sud deve essere sostenuto nella creazione di rapporti sia con le imprese sia con le reti di formazione internazionali per arginare la “fuga dei cervelli” migliorare i servizi pubblici locali. Permangono condizioni di arretratezza nella qualità dei servizi pubblici e nella qualità e quantità delle infrastrutture. Particolarmente gravi sono le condizioni di funzionamento e di efficienza delle reti idriche e del sistema del trattamento dei rifiuti solidi urbani.
Calabria, Campania, Puglia e Sicilia -- in diversa misura -- presentano tutte un’emergenza rifiuti che, in assenza d’interventi strutturali, rischia di deflagrare nelle forme devastanti;
la lotta alla criminalità, non solo quella organizzata, costituisce uno dei principali interventi di politica di sviluppo per il Mezzogiorno.
L’aggressione ai patrimoni mafiosi è diventata lo strumento più efficace di lotta alle mafie;
la riforma degli incentivi all’investimento Gli strumenti vanno razionalizzati, semplificati e specializzati in funzione delle priorità, favorendo soprattutto semplicità di accesso e di gestione, quindi automatismi, e solo quando occorre strumenti negoziali.
Tutte le risorse disponibili, nazionali e comunitarie, per gli incentivi dovranno essere concentrate su pochi strumenti il più possibile automatici;
il progetto della Banca del Mezzogiorno costituisce un tassello fondamentale per aumentare l’offerta di credito e ad avvicinare la stessa al territorio;
la formazione della Pubblica Amministrazione per incentivare l’efficienza dei procedimenti amministrativi ed allineare la performance della pubblica amministrazione meridionale a quella delle migliori esperienze nazionali”.[24]
Per questo la chiesa per progettare l’evangelizzazione è chiamata a realizzare comunità che vadano oltre la culturalità e non si adeguino a quella globalizzazione che ha ridotto l’uomo ad un essere spesso “non pensante”.[25] L’impegno per un’agricoltura moderna, un territorio ecologicamente sostenibile e una rivalutazione del ruolo della donna sono obiettivi concreti di comunità fondate sull’amore e sulla gratuità. Resta di fatto di capitale importanza il dover riflettere sul rapporto territorio/lavoro. Questo binomio apparentemente di facile comprensione richiede che oggi la comunità cristiana progetti reali segni di accompagnamento al lavoro di tutti e soprattutto dei giovani. Il documento decanta (e fa bene!) il “progetto Policoro”, ma è necessario mettere in gioco le proprie forze, le proprie strutture spesso abbandonate, gli oratori dimenticati, i terreni abbandonati e progettare corsi di formazione e di collaborazione mettendosi in gioco e non limitandosi ad enunciati che non producono nulla. Il lavoro è l’anticamera della famiglia. Il Sud d’Italia, ha nel suo DNA la famiglia come base, ma la sta perdendo non perché non crede ai suoi valori, ma perché molto spesso i giovani non possono concretizzarla. Inoltre le speculazioni edilizie e le diffidenze creano il resto. E’ necessario non scoraggiarsi per “riscoprire e valorizzare le risorse tipiche del Meridione: la bellezza dell’ambiente naturale, il territorio e l’agricoltura, insieme al patrimonio culturale, di cui una parte rilevante è espressione della tradizione cristiana, senza trascurare quel tratto umano che caratterizza il clima di accoglienza e solidarietà proprio delle genti del Sud”[26]
Tale forma pastorale richiede non un settorialismo, ma un coordinamento sotto il profilo del dialogo e della solidarietà. Il Sud e le sue comunità cristiane non sono delle “mantenute”, ma sono chiamate a proporre e a superare un federalismo che sia in contrapposizione con il principio della solidarietà. Infatti “la corretta applicazione del federalismo fiscale non sarà sufficiente a porre rimedio al divario nel livello dei redditi, nell’occupazione, nelle dotazioni produttive, infrastrutturali e civili. Sul piano nazionale, sarà necessario un sistema integrato di investimenti pubblici e privati, con un’attenzione verso le infrastrutture, la lotta alla criminalità e l’integrazione sociale”.[27]
I vescovi affermano con fierezza il loro disappunto verso tutte le mafie che soffocano l’economia del Sud e invitano a cercare attraverso una pastorale integrata una strategia d’impegno, anche con l’apporto di chi è attento a questo problematiche fuori dalla comunità ecclesiale, contro le povertà, la disoccupazione e l’emigrazione. La proposta del progetto Policoro, che ha prodotto in questi anni uno slancio socio-pastorale soprattutto nei confronti dei giovani, è una risposta (anche se semplice) al dramma della disoccupazione, dell’usura e del lavoro nero. Oggi è richiesto un impegno di consolidamento dell’azione della pastorale giovanile per un rilancio concreto di quest’ultima nel contesto della pastorale integrata.
Le prospettive pastorali per una Chiesa del Mezzogiorno
Oltre al senso della condivisione pastorale richiesta alle singole “chiese locali” e alle tante comunità ecclesiali dislocate nelle regionali meridionali, è necessario guardare in avanti per realizzare una pastorale della nuova evangelizzazione. Ciò richiede un rilancio della pastorale comunitaria e in maniera particolare di quella sociale e giovanile attraverso un itinerario caritativo che poggi sulla catechesi e sulla profeticità della fede per superare la diversità tra pratica religiosa e vita civile. “Non sembri un paradosso evocare il bisogno di riappropriarsi della libertà e della parola in una società democratica, ma i giovani del Sud sanno bene che cosa significhino omertà, favori illegali consolidati, gruppi di pressione criminale, territori controllati, paure diffuse, itinerari privilegiati e protetti. Ma sanno anche che le idee, quando sono forti vengono accompagnate da un cambiamento di mentalità e di cultura, possono vincere i fanatismi della paura e della rassegnazione e favorire una maturazione collettiva. Essi possono contribuire ad abbattere i tanti condizionamenti della società civile”.[28]
Per questo “è necessario impegnarsi in una nuova proposta educativa, rigenerando e riordinando gli ambiti in cui ci si spende per l’educazione e la formazione dei giovani.”.[29] La pastorale integrata della nuova evangelizzazione risulta efficace proprio con la realizzazione di itinerari di fede comunitari per il coinvolgimento di tutti. Il ruolo educativo della comunità protesa all’evangelizzazione risulta determinante soprattutto per quanto riguarda la formazione permanente degli adulti e delle famiglie soprattutto nel campo del lavoro che attualmente rappresenta l’urgenza più impellente a cui dare certezza.[30]
Nasce così l’esigenza di essere una chiesa che testimonia. L’esempio di don Puglisi che ha creduto nel rinnovamento del Sud, incarnando il ruolo educativo-evangelizzativo del vangelo nel territorio mostra come è necessario che anche le comunità ecclesiali siano radicate nelle aree territoriali e non alimentino le logiche di una proposta allettante dell’evangelizzazione verso “paradisi inestintenti”. Bisogna vivere e presidiare il territorio per essere “comunità incarnate” e non solo radicate nel tradizionalismo che si mostra poco efficace, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.
L’invito è a realizzare “comunità di speranza” in Italia e per l’Italia intera superando la divisione tra il Nord e il Sud. Si richiede non una chiesa del riciclaggio, ma la formazione che passa attraverso un laicato che mostri il volto della tenerezza e la via della bellezza quale strumento di proposta evangelica per tutti e verso tutti. “Consapevoli che la pratica della solidarietà, lungi dall’impoverire, arricchisce e moltiplica, dobbiamo adoperarci perché chi è rimasto indietro si adegui al passo degli altri. Il nostro non è un ottimismo di facciata, ma una speranza radicata nel segno sacramentale dell’Eucarestia. La predicazione profetica di Gesù suscitava stupore perché annunziava un’esistenza degna, diversa, rinnovata, una moralità più giusta e praticabile, attivando energie altrimenti trascurate e sprecate, innescando l’attesa di una trasformazione possibile”.[31]
Infatti “il bisogno di un’autentica educazione deve essere in grado di parlare al bisogno di significato e di felicità delle persone. Il messaggio cristiano pone l’accento sulla forza e sulla pienezza di gioia (Gv 17,13) donate dalla fede, che sono più grandi di ogni desiderio e attesa umani. Il compito dell’educatore cristiano è diffondere la buona notizia che il Vangelo può trasformare il cuore dell’uomo, restituendogli ragioni di vita e di speranza. Siamo nel mondo consapevoli di essere portatori di una visione della persona che, esaltandone la verità, la bontà e la bellezza, è davvero alternativa al sentito comune”.[32]
Conclusione
Finalmente questo documento non parla della Chiesa del Sud solo come una comunità cristiana legata alle tradizioni popolari e ad una famiglia di stampo patriarcale. Il documento s’inserisce in una più ampia pastorale di evangelizzazione in cui i problemi dei singoli diventano parte integrante della vita di tutta la comunità. Se nel documento di vent’anni s’invitava la Chiesa del sud a rivalutare un cristianesimo “di tradizione”, ora l’invito è quello di vivere un cristianesimo di comunità evangelizzatrici che non disdegnano di operare in campo sociale. La pastorale ecclesiale del futuro non può limitarsi ad essere solo “ad intra”. E’ tempo in cui anche per il Sud è tempo di rinnovamento.
L’invito dei vescovi ai sacerdoti, ai consacrati e alle consacrate, ai laici, alle famiglie e a tutti coloro che sono impegnati nella realizzazione di una pastorale di evangelizzazione è quello di creare comunità allargate impegnate con il coraggio di chi osa, avendo speranza nel domani per realizzare un’azione nuova che non si concluda in un appello sterile. La speranza non va intesa come una possibilità di pensare una “chiesa diversa”. La speranza è l’esperienza comunitaria di chi vuol lavorare per un mondo migliore e creareuna società della pace e della fratellanza, superando i leghismi del Nord e i localismi del Sud.
E’ questo il tempo in cui la comunità ecclesiale deve promuove una nuova evangelizzazione sulle strade di un impegno a favore della gente del Sud. Rinunziando alla logica dei personalismi e degli integralismi, per essere viva e lavorare a favore del disarmo e promuovendo lavoro soprattutto nei luoghi dove il fenomeno della disoccupazione è in forte aumento. La nuova evangelizzazione è frutto di quell’esperienza comunitaria che richiede impegno ed è allo stesso tempo promozione di una nuova storia.
E’ questo il tempo della chiesa degli incontri che vivendo sulle strade del mondo, cammina con le scarpe degli altri per capire dove e come poter annunziare anche negli ambienti più dimenticati delle periferie del Sud il messaggio della vita: contro le violenze lo stolking, le manipolazioni genetiche, la vendita dell’acqua potabile, la militarizzazione del territorio.
Questa è la comunità che oggi si è chiamati a realizzare,una comunità che celebri e viva le sue eucarestie sulle strade, con le scarpe degli altri, per camminare insieme a tutti e non escludere nessuno.
Non basta essere semplici aderenti, né basta essere frequentanti per poter vivere l’esperienza della novità della Chiesa. Essa richiede il costante impegno a non tradire ciò che Gesù ha indicato e affermato sia nella sua esperienza pre-pasquale, sia in quella post-pasquale. Significa preoccuparsi di costruire comunità attive sul fronte della pace e dell’amore e non rintanarsi nei luoghi angusti delle convenzioni di una sterile evangelizzazione.
Significa stare dalla parte delle donne, degli immigrati, dei diversamente abili, degli anziani, degli ammalati, dei senza fissa dimora, dei deboli, dei carcerati. In altri termini dalla parte di tutti coloro per i quali non c’è spazio in un mondo che vive solo per produrre.
Essere comunità del Sud vuol dire capovolgere le nostre convinzioni, le nostre idee, i nostri modi di vivere per una “chiesa viva” che faccia riavvicinare anche chi è lontano o chi testardamente esclude il Gesù dalle mani bucate.
La “banca della comunità cristiana” non accumula profitto, ma è aiuta ad investire su tutti coloro che non contano nulla o sono dei falliti. E’ la banca di chi riconosce di essere pronta a dare futuro a tutti.
Infatti il Sud è una risorsa per l’Italia e la fede trasmessa dalle singole comunità ecclesiali deve ora essere proiettare nella via della nuova evangelizzazione per creare anche sviluppo e solidarietà con chi è lontano dalle comunità ecclesiali.
Don Antonio Ruccia
Direttore Caritas Bari-Bitonto
Docente di Teologia Pastorale c/o la Facoltà Teologica di Bari
e la Pontificia Università Urbaniana
[1] “Le prospettive verso cui muoversi riguardano la centralità della persona e della vita, la qualità delle relazioni all’interno della comunità, le forme della corresponsabilità missionaria e dell’integrazione tra le dimensioni della pastorale, così come tra le diverse soggettività, realtà e strutture ecclesiali” (CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Rigenerati per una speranza viva (1 Pt1,3): testimoni del grande “si” di Dio all’uomo. Nota pastorale dell’Episcopato italiano dopo il 4° Convegno Ecclesiale Nazionale, 21).
[2] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 9.
[3] E. ALBERICH, La catechesi oggi, Leumann 2001, 226.
[4] B. FORTE, Laicato e laicità. Genova 1986, 46.
[5] GIOVANNI PAOLO II, Redempotoris misso, 10.
[6] GIOVANNI PAOLO II, Redempotoris misso, 32.
[7] GIOVANNI PAOLO II, Redempotoris misso, 71.
[8] LG 33.
[9] LG 35.
[10] Cf. A. RUCCIA, Ripensare la parrocchia, Noci 2001.
[11] “La responsabilità educativa non è un insieme di parole o per riempire la bocca, la comunità cristiana non è fuori del territorio, non si ritira su nessun Aventino, ma facendo l’evangelizzazione fa il bene del territorio, delle istituzioni, delle strutture della società. La fedeltà alla parola di Dio e alle indicazioni del concilio ci aiuta ad allargare le nostre vedute e a coltivare sogni. La Chiesa non coltiva sogni, ma sa concretizzarli con segni, che accompagnano, stimolano, fanno crescere responsabilità nei confronti della giustizia, della pacifica convivenza e della solidarietà con i più poveri” (D. SIGALINI, L’emergenza educativa e la comunità cristiana. Il cristiano secondo la misura di Cristo, in AA.VV., Comunità cristiana ed educazione, Bologna 2009, 221).
[12] BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 37.
[13] Cf . P. BECCHI – P. GIUSTINIANI, La vita tra invenzione e senso. Per un teorema della bioetica, Graf Universitaria, Napoli 2007; R. DI CEGLIE, (a cura) di Pluralismo contro relativismo. Filosofia, religione, politica,Edizioni Ares, Milano 2004.
[14] A. MATTEO, Della fede dei laici. Il cristianesimo di fronte alla mentalità postmoderna, Rubbettino Editore, Soneria Mannelli, 2001, 2.
[15] “La speranza viene solo dal basso, dalla capacità dei gruppi di mettersi insieme, … viene dai fratelli/sorelle di strada impegnati strenuamente sull’acqua, sui rifiuti, sull’ambiente. E’ straordinario vedere la ricchezza delle relazioni umane, la capacità di lettura della realtà alla luce del Vangelo (è la lettura popolare della Bibbia) e l’impegno verso i più poveri. E’ proprio bello vedere che sono i poveri che aiutano i poveri. … Dio è stanco di morti in nome del profitto: Lui vuole che i suoi figli vivano in pienezza la loro vita, ora e per sempre” (A. ZANOTELLI, pro manuscripto).
[16] V. BO, Parrocchia tra passato e futuro, Assisi 1977, 102 – 104.
[17] B. SEVESO, Alle radici della pastorale, in Enciclopedia di Pastorale, Casale Monferrato 1992, 236.
[18] “La Chiesa nella quale oggi viviamo, si trova in un mondo che, da un lato è caratterizzato da un pluralismo crescente, dall’altro, a causa delle rivoluzioni tecnologiche, cresce sempre più assieme. Il pericolo che essa corre è quello di essere segnata e normata da un nuovo materialismo. Parliamo di un mondo globalizzato perché il mondo viene ad essere, sotto molteplici aspetti, unificato. Se vogliamo vivere in questo mondo pacificamente, dobbiamo restare in dialogo o aprire il dialogo tra noi. In un mondo che continua a soffrire per i tanti conflitti, non c’è altro che il dialogo per comprendersi e riconciliarsi. La Chiesa si impegna per il dialogo, anche perché questo ha il suo ultimo fondamento in Dio stesso. I cristiani sono convinti che il Dio Trinitario sia in se stesso dialogo. Nel suo amore e nella sua bontà infinita Egli ha creato il mondo, si è fatto lui stesso uomo ed ha invitato gli uomini al dialogo con se stesso e tra loro” ( H. WALDENFELS, La teologia nel dialogo della Chiesa con un mondo globalizzato, in Rivista di Scienze Religiose, 2(2008), 312).
[19] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 4.
[20] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 5.
[21] N. VENDOLA, Intervento inaugurazione Fiera del Levante 2010, Bari 16 settembre 2010.
[22] N. VENDOLA, Messaggio inaugurazione Fiera del Levante 2010, Bari 11/09/2010.
[23] R. FITTO, Messaggio inaugurazione Fiera del Levante 2010, Bari 11/09/2010.
[24] R. FITTO, Messaggio inaugurazione Fiera del Levante 2010, Bari 11/09/2010.
[25] “Solo una comunità accogliente e dialogante può trovare le vie per instaurare rapporti di amicizia e offrire risposte alla sete di Dio che è presente nel cuore di ogni uomo. Oggi si impone la ricerca di nuovi linguaggi, non autoreferenziali e arricchiti dalle acquisizioni di quanti operano nell’ambito della comunicazione, della cultura e dell’arte. Per questo è necessario educare a una fede più motivata, capace di dialogare anche con chi si avvicina alla Chiesa solo occasionalmente, con i credenti di altre religioni e con i non credenti” (CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 41).
[26] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno , 13.
[27] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno , 8.
[28] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno , 16.
[29] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno , 174.
[30] Cf. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 55.
[31] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 19.
[32] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020.


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