Nel versetto letteralmente si dice: “Vivete da cittadini (in greco “politheuste”) in modo degno del Vangelo di Cristo”.
Per molto tempo si è pensato a questo come un richiamo ad una condotta morale e ad una testimonianza adeguata all’identità di credenti. Don Michele mi suggeriva come una lettura più profonda sia “Vivete da cittadini nella consapevolezza che siete in Cristo e che a Lui appartenete”, quindi non solo il richiamo alla condotta morale, ma a vivere con il Suo cuore, con la Sua ansia di salvezza, con il Suo farsi salvezza per ogni uomo senza esclusione alcuna!
È una riflessione importante soprattutto per noi exallievi in un tempo in cui sembrano scomparire i riferimenti che fanno di noi una comunità, riferimenti condivisi che ci rendano capaci di vivere insieme nel rispetto e nell’accoglienza reciproca. Ancora più importante è sentirsi ricordare che per un cristiano il bene comune non è solo un obiativo personale, ma la coscienza di essere corpo di Cristo, di appartenere a Lui, di essere come comunità alla sua presenza nella città degli uomini.
Questa riflessione mi veniva a fronte del dibattito politico cui assistiamo così impoverito dell’amore di Cristo, tutto centrato su un desiderio di sicurezza che di fatto è per l’esclusione non per l’accoglienza …!
A questo proposito mi sembra opportuno riprendere alcune riflessioni del Rettor Maggiore tratte dal messaggio ai giovani per la festa di Don Bosco del 2008. Meritano una riflessione attenta.
“Oggi si parla molto e, spesso, si fanno proclami sui diritti umani, ma ugualmente spesso appare evidente che questi diritti non sono rispettati, soprattutto quando si tratta dei diritti dei più svantaggiati,dei più poveri e indifesi. Voi stessi ne siete testimoni: nella scuola o tra i compagni, con facilità si abusa dei più deboli; nel mondo del lavoro si sfruttano senza scrupolo i più giovani; ancora più penosa è la situazione di tanti minori che restano indifesi davanti a gruppi sociali o politici che cercano soltanto i propri interessi o vantaggi economici. Il rispetto e la difesa dei diritti umani, e in particolare dei diritti dei minori, è innanzitutto una responsabilità personale di ognuno di noi, cominciando dal nostro contesto di vita quotidiana. (…)
Aprite i vostri occhi, cari giovani! Guardate quanti ragazzi e ragazze, adolescenti e giovani nel vostro quartiere, nella vostra città, nella scuola o nelle fabbriche, cercano una migliore qualità di vita, lottano per essere accettati senza paura,per avere una opportunità di lavoro, per ottenere un posto nella scuola. Guardateli con il cuore di Don Bosco e aprite loro il vostro cuore. Provate a mettervi dalla loro parte, promuovendo qualcosa a favore della loro educazione od offrendo il vostro aiuto e la vostra difesa davanti a quelli che calpestano i loro diritti. Voi potete fare molto!
Collaborate dunque con tutte le vostre energie e possibilità perché anch’essi possano divenire cittadini attivi e responsabili nella società.
Essere dalla parte di questi giovani ci impegna ad essere costruttori di un’umanità nuova, dove il punto di riferimento è una vera cultura dei diritti umani. Siamo chiamati a essere capaci di dialogare, persuadere e, in ultima istanza, di prevenire le violazioni dei diritti stessi, piuttosto che punirle e reprimerle. Ne dobbiamo essere responsabili con un atteggiamento attivo e critico e, allo stesso tempo, con un’azione solidale e in rete, superando paure, inibizioni, individualismi che ci chiudono nella piccolezza dei nostri interessi e dei nostri vantaggi”.
Dal “MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE AI GIOVANI 2008”
Come vedete anche il Rettor Maggiore ci invita a riflettere sul fatto che il “nostro vivere da cittadini” non è solo impegno morale cioè legato a comportamenti adeguati, ma un modo concreto di cercare la volontà di Dio nelle scelte quotidiane, di lasciarci guidare dal desiderio di annunciare la salvezza a ogni uomo, soprattutto ai giovani cui questa salvezza sembra impossibile.
Non lasciamoci guidare dalla paura, perché solo in un mondo che saprà condividere ci sarà spazio per una pace duratura ed una sicurezza che tutti garantisca. I muri, le esclusioni o le discriminazioni, il ricacciare tutti a casa loro non fa che spostare in avanti i problemi facendoli diventare più gravi. Da cristiani siamo chiamati a diventare sale e luce perché di questo ha bisogno il mondo: di sale per dare sapore alla vita, di luce per dissipare le tenebre dell’egoismo che porta a non amare la vita sempre e ad oltranza, ma a farne discriminazione, a decidere quale valga la pena di sedersi a mensa con noi: questa sì, questa no, il meccanismo è sempre lo stesso, all’inizio o alla fine della vita, o per i titoli che ci rendono degni di essere accolti o rispediti in mare.
“Al termine della vita ciò che conta è avere amato”.
Ci doni il Signore di poterlo dire della nostra vita e di quella che abbiamo costruito attorno a noi.


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