L’educazione delle persone inizia dall’infanzia (cioè dalle radici) e non può mancare della dimensione religiosa e spirituale.
Con Ottobre l’attenzione delle famiglie è rivolta in modo particolare al “pianeta scuola”.
Varie sono le sollecitazioni: da quelle finanziarie, al cambio degli insegnanti, alla loro stabilità, al farsi carico da parte della famiglia di un impegno che ciclicamente la obbliga ad accompagnare anche sotto il profilo “culturale” i propri figli.
Vorrei soffermarmi con i lettori della nostra rivista per riflettere insieme su un’esperienza di “scuola” molto spesso non valutata nella preziosità del servizio che offre.
Mi riferisco alla scuola dell’infanzia, una volta chiamata “Scuola materna” e, in particolare, alle scuole dell’infanzia delle nostre comunità parrocchiali. Esse, senza nulla togliere al valore della scuola dell’infanzia pubblica, rappresentano in gran parte l’unica risposta ai bisogni delle famiglie in un territorio.
La storia delle scuole dell’infanzia parrocchiali si inserisce nel contesto del così detto “movimento cattolico”, un fenomeno che si è sviluppato in tutto il ‘900, e che ha preso lo spunto dalle indicazioni della Dottrina Sociale della Chiesa attraverso il magistero dei Papi, iniziando con Leone XIII.
La povertà diffusa e la debole presenza dello stato a fronte di una radicata presenza della Chiesa con le sue parrocchie, hanno fatto sì che la comunità cristiana si facesse carico delle primarie necessità della popolazione con organizzazioni di vario genere. Tra queste c'erano le Scuole dell’infanzia, allora chiamate “asili infantili”, affidate in gran parte alla cura di una comunità religiosa femminile, allora quasi sempre presente nel territorio.
A ben guardare, l’aver consegnato la scuola dell’infanzia alle suore ha evidenziato e mantenuto vivo il criterio qualificante di questo servizio: l’importanza o addirittura la necessità della dimensione religiosa o spirituale nella formazione della persona, a incominciare dai bambini.
Nel tempo questo orizzonte ideale e culturale va in crisi, in parallelo con il confronto sempre più esplicito e pesante con la cultura laica e con l’organizzazione statale, che inizia a realizzare strutture per l’accoglienza e l’educazione dei piccoli, escludendo sia il riferimento alla comunità cristiana sia l’ispirazione cristiana.
La crisi delle vocazioni religiose e una legislazione esigente e meticolosa pone la scuola dell’infanzia parrocchiale di fronte a una crisi che, se da una parte mette in discussione la sua presenza nel territorio, dall’altra la scuote rimotivandola per una nuova presenza nel tessuto sociale.
C’è bisogno oggi di ripensare i “perché” che inducono a “resistere” nella frontiera del servizio educativo con la presenza di una scuola dell’infanzia.
La storia di ieri e di oggi mette in evidenza alcune linee che, a mi avviso, possono guidare l’oggi, così difficile, che stiamo vivendo.
- Prima di tutto la necessità di recuperare le motivazioni ideali che hanno spinto i nostri padri (parrocchie, preti, famiglie, religiosi…) a dar vita alle scuole dell’infanzia.
- In secondo luogo, la convinzione che l’educazione e la formazione delle persone iniziano dall’infanzia, cioè dalle radici, e che l’educazione e la formazione della persona non possono mancare della dimensione religiosa o spirituale.
- L’urgenza per ogni comunità cristiana di saper “tradurre” il messaggio evangelico in un progetto educativo e di formazione delle persone. In questo contesto la Scuola dell’infanzia diventa palestra autorevole.
- A ben guardare, il problema di fondo allora è la presenza e l’efficacia di una cultura cristianamente ispirata.
- Purtroppo sul fronte culturale, la comunità cristiana sembra essere diventata muta, inespressiva, assente.
E se cominciassimo dalla Scuola dell’infanzia la nostra presenza educativa, potrebbe questa essere una sfida?


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