L’occasione del 90° di Voci Fraterne ci permette di iniziare una riflessione su l’importanza della Comunicazione nel contesto socio-culturale che stiamo vivendo.
Non occorre essere degli esperti per avvertire la rilevanza che i “media” hanno assunto nella vita sociale, culturale, economica della nostra società contemporanea.
Il ruolo centrale dei mezzi di comunicazione nella formazione della cultura, delle opinioni, anche dell’etica dei cittadini costituisce, senza dubbio, una straordinaria opportunità di diffusione di valori e di conoscenze e una preziosa occasione di crescita morale e materiale della nostra società. Ma implica, al contempo, una responsabilità altrettanto rilevante degli operatori del settore.
Nella linea pastorale gli strumenti di comunicazione (giornali, televisioni, internet …) sono riconosciuti come “doni di Dio”, destinati, secondo il disegno della Provvidenza, a unire gli uomini in vincoli fraterni, chiarendo però che i principi morali che ne regolano l’attività devono fondarsi su una giusta considerazione della dignità dell’uomo. E, considerato che l’intrecciarsi sempre più serrato dei mezzi di comunicazione sociale nella vita quotidiana influenza la comprensione che si può avere del senso della vita, urge che questi mezzi “abbiano la capacità di pesare non solo sulle modalità, ma anche sui contenuti del pensiero” (Aetatis novae).
Qui si pone allora un interessante interrogativo: oggi, in un’Italia pluralista e nella quale sono in minoranza, i cattolici, con la miriade dei loro strumenti di comunicazione sociale (basti pensare ai settimanali cattolici, alle riviste delle congregazioni religiose, ai bollettini parrocchiali e così via), sono in grado di servire la crescita culturale del Paese?
Oppure devono rassegnarsi a diventare definitivamente minoranza culturale, a fare cultura di nicchia, nella quale rinchiudersi e consolarsi, leccandosi le ferite di una sconfitta storica? Quale alternativa? Non si tratta di assegnare ai mass-media una funzione pedagogica. Non sono fatti per insegnare a vivere, ma per aiutare le persone a capire la realtà in cui vivono, in modo da consentire loro di affrontare la vita basandosi su conoscenze ampie e su dati di fatto, così da poter formarsi dei giudizi senza fermarsi ai pre-giudizi. Allora spetta anche a noi cristiani, a noi exallievi, fare cultura, fare opinione, perché così facendo contribuiamo a far crescere questo Paese, amando e usufruendo anche di più dei nostri strumenti, anche se talvolta più poveri e meno “patinati”, ciò che conta è la capacità di stupire raccontando la vita nel rispetto della dignità di ciascuno.


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