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Sentirsi amati

Questo è ciò di cui abbiamo bisogno: sentirci al sicuro, sentirci amati e redenti, benedetti dall’amore di Dio
Qualche tempo fa, dopo aver celebrato la Santa Messa, sono rimasto un’ora in confessionale, in uno di quei vecchi confessionali bui negli angoli della Chiesa, e ho accolto alcuni penitenti cui regalare la misericordia di Dio.
Credo che poche esperienze siano ricche per un sacerdote come quella della confessione, dove si rende possibile l’incontro tra il cuore ferito delle persone e l’amore misericordioso di Dio: ti senti veramente e gioiosamente espropriato di te, perché, pur nella mediazione delle tue parole parli di una Grazia che non è tua, ma di Dio.
Quella sera in particolare una persona mi ha fatto del bene. Temeva di non essere degna della Grazia del Signore, quasi che il paradiso gli fosse precluso.
Nel silenzio del confessionale gli ho ricordato come Gesù fosse morto proprio per la sua salvezza, e che se proprio si sentiva una pecorella smarrita facesse memoria della parabola.
Dove si ricorda come il buon pastore è colui che dopo aver camminato a lungo sotto il sole con le sue cento pecore (e che sole quello della Terrasanta, con tanta sabbia e poco verde!), raccogliendole nell’ovile alla sera se si accorge che una gli manca, riparte alla ricerca di quella, perché è tutta la sua ricchezza, non ha altro. E sa che la sua pecora è in pericolo e corre a cercarla.
E quando la sente belare disperata impigliata nei rovi, corre contento a riprenderla, e lungi dal castigarla le chiede se si è fatta male e se la carica sulle spalle per riportarla all’ovile.
Perché questo è il nostro Signore: il pastore buono.
 
Mentre dicevo questo il penitente mi guardava commosso e al termine delle mie parole (mie?) emozionato, mi ha detto: “Ma chi sei tu? Nessuno mai mi ha detto questo!”.
Mi sono emozionato anch’io al suo entusiasmo, rendendomi conto che quanto avevo detto aveva commosso così profondamente quel giovane.
 
Questo è ciò di cui abbiamo bisogno: sentirci al sicuro, sentirci amati e redenti, benedetti dall’amore di Dio che sempre ci accompagna per farci riconoscere e condividere il suo sogno di salvezza per ogni uomo.
 
Quest’anno la strenna del Rettor Maggiore ci chiede di evangelizzare, di raccontare a tutti la nostra personale esperienza della misericordia di Dio. Ci chiede di poter dare una risposta ai giovani che ci dicono “Vogliamo vedere Gesù”.
Ci chiede la gioia di chi si sente salvato non la condanna su un mondo che è distante.
Ci chiede l’annuncio della Buona novella, non l’elenco dei nuovi comandamenti e delle relative penitenze perché stare lontani da Dio è già una penitenza, ogni peccato porta con sé la sua penitenza…
 
Evangelizzare è inevitabile per chi si sente amato e noi che abbiamo questa esperienza dobbiamo rinnovarla: come Giovanni nell’ultima cena appoggiare il capo sulla spalla di Gesù.
Vogliamo davvero vivere in questa sicurezza, cercare ciò che davvero conta per poterlo annunciare a tutti. Cerchiamo nell’esperienza di essere chiesa quello che vale. Il resto ci sarà dato in più.
 
Nella comunità dell’Arca dove aveva deciso di vivere, dopo una vita passata nel mondo universitario, un giorno il celebre padre Henri Nouwen fu avvicinato da una handicappata della comunità che gli disse: «Henri, mi puoi benedire?». Padre Nouwen rispose alla richiesta in maniera automatica, tracciando con il pollice il segno della croce sulla fronte della ragazza.
Invece di essere grata, lei protestò con veemenza: «No, questa non funziona. Voglio una vera benedizione! ».
Padre Nouwen si accorse di aver risposto in modo abitudinario e formalistico e disse: «Oh, scusa- mi... ti darò una vera benedizione quando saremo tutti insieme per la funzione».
Dopo la funzione, quando circa una trentina di persone erano sedute in cerchio sul pavimento, padre Nouwen disse: «Janet mi ha chiesto di darle una benedizione speciale. Lei sente di averne bisogno adesso».
La ragazza si alzò e andò verso il sacerdote, che indossava un lungo abito bianco con ampie maniche che coprivano sia le mani che le braccia. Spontaneamente Janet lo abbracciò e pose la testa contro il suo petto. Senza pensarci, padre Nouwen la avvolse con le sue maniche al punto di farla quasi sparire tra le pieghe del suo abito. Mentre si tenevano l’un l’altra padre Nouwen disse: «Janet, voglio che tu sappia che sei l’Amata Figlia di Dio. Sei preziosa agli occhi di Dio. Il tuo bel sorriso, la tua gentilezza verso gli altri della comunità e tutte le cose buone che fai, ci mostrano che bella creatura tu sei. So che in questi giorni ti senti un po’ giù e che c’è della tristezza nel tuo cuore, ma voglio ricordarti chi sei: sei una persona speciale, sei profondamente amata da Dio e da tutte le persone che sono qui con te».
Janet alzò la testa e lo guardò; il suo largo sorriso dimostrò che aveva veramente sentito e ricevuto la benedizione.
Quando Janet tornò al suo posto, tutti gli altri handicappati vollero ricevere la benedizione. Anche uno degli assistenti, un giovane di ventiquattro anni, alzò la mano e disse: «E io?».
«Certo», rispose padre Nouwen. «Vieni».
Lo abbracciò e disse: «John, è così bello che tu sia qui. Tu sei l’Amato Figlio di Dio. La tua presenza è una gioia per tutti noi. Quando le cose sono difficili e la vita è pesante, ricordati sempre che tu sei Amato di un amore infinito».
Il giovane lo guardò con le lacrime agli occhi e disse: «Grazie, grazie molte».
Un augurio per ciascuno di noi: non ci manchi mai Signore l’esperienza della Tua Grazia, per poterla annunciare ai nostri fratelli.
Buon anno associativo.
Don Enrico

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