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C’è gente che ama mille cose, e si perde per le strade del mondo

Un incontro speciale
Negli anni di studio alla Crocetta ho avuto la bella avventura di portare la comunione ad una persona malata con gravi deformità. Me lo aveva proposto don Claudio, un caro confratello che mi aveva così preparato: <<Non stupirti né spaventarti, da lui riceverai solo bene!>>. Con un po’ di timore dopo questa premessa ho incontrato Igino Piovano.
Non mi spaventai nel vedere il suo volto umanamente devastato dalla malattia (chi ha visto il film “The elephant man” conosce la situazione), ma soffrii molto per lui, per il suo essere escluso dal normale incontro con le persone.
Tornai per due anni a portargli la comunione ogni giovedì e ogni volta ne tornavo più sereno e più ricco. Le sue riflessioni in continuo dialogo con Dio e aperto alla Sua visione (altra visione non poteva avere, perché aveva solo gli occhi della fede), mi aiutavano a riconoscere la presenza di Dio e la Grazia della sua vicinanza che si fa gioia della vita, in modo diverso da come me lo insegnavano i miei cari professori di teologia, ma altrettanto profondo.
Un pomeriggio lo andai a trovare al di fuori del mio settimanale impegno di portargli la comunione: mi ringraziò commosso e riconoscente mi abbracciò, perché non pensava nella sua situazione di aver diritto a un’amicizia gratuita.
Mi commuoveva la sua semplicità e il suo desiderio di mettermi a mio agio.
Ritornato in ispettoria dopo due anni, ci sentimmo solo per Natale e Pasqua.
Un‘estate di qualche anno dopo mi arrivò da parte di una signora che gli portava la comunione oltre a noi studenti, il santino della sua morte: non l’aveva saputo prima. Nel santino c’era così scritto “In memoria di Igino Piovano, trasfigurato in cielo il …” e seguiva la data della morte.
Non piansi per il dolore della morte, ma per la commozione carica di gioia per una verità così semplice e riaffermata nella storia di un amico. Igino “era stato trasfigurato, sul monte Tabor” dove aveva vissuto tutta la vita in attesa della sua trasfigurazione, dall’età di dodici anni in cui una malattia devastante lo aveva escluso dal rapporto con gli altri. Era stato sempre in comunione con Il Signore. La privazione delle “mille cose” lo aveva portato alla felicità di vedere Dio. Noi che andavamo a trovarlo lo sentivamo come gioia palpabile.
 
Per non perderci
L’ho ricordato pensando alla prossima Quaresima: siamo chiamati a non perderci “per le strade del mondo” come dice (splendido!) Sergio Endrigo, cantautore di appena ieri nella sua “Io che amo solo te”. Perché è vero che <<c’é gente che ama mille cose e si perde per le strade del mondo …>>.
Per non perderci per le strade del mondo dobbiamo imparare a usare delle mille cose senza farci prendere da loro. Dobbiamo tenere ben dritta la barra della nostra nave sulla meta che vogliamo raggiungere, la nostra trasfigurazione, abitando per un poco di tempo sul Tabor dell’unione con Dio nel silenzio della preghiera, nella condivisione dell’elemosina, nella sobrietà del digiuno.
Pensiamo a Don Bosco: quanto insisteva sulla precarietà della vita (a quei tempi molto più vera di oggi) con l’esercizio della buona morte: la vita acquista senso perché è chiamata non ad una fine ma ad una trasfigurazione che ci farà “belli” per sempre, nella patria che è la nostra terra promessa!
Fare quaresima è trovare nel nostro cuore il desiderio di quella patria beata: nel cicaleccio continuo dei nostri giorni sentire l’unica voce che dona pace ai nostri sogni. <<Io che ho avuto solo te, non ti lascerò, non ti perderò per cercare nuove illusioni.>>
Fare quaresima è dare ascolto alla Parola di Dio che ci salva. Non la sentiremo se la lasciamo inquinare da “nuove illusioni”.
Fare quaresima è andare sul monte,fare spazio nelle nostre giornate al silenzio che diventa adorazione.
Fare quaresima è vivere l’elemosina come condivisione con chi non ha il necessario, e così liberarci dalle tante dalle troppe cose che ci sembrano necessarie, ma che in realtà sono solo pesi nel nostro cammino.
Fare quaresima è fare pulizia dei nostri affetti, educare i nostri sentimenti, perché l’amore è ben altra cosa, è volere il bene dell’altro. Anche a costo del nostro.
Il silenzio di adorazione, nell’ascolto della Parola di Dio ci aiuti a precisare le coordinate del nostro percorso, ci aiutia meglio orientare le nostre scelte, per non perdere l’unica cosa che conta e cercare nuove avventure, nuove illusioni. Per questo l’augurio è di vivere una Quaresima di sobrietà serena e gioiosa, che sappia quali sono le zavorre da abbandonare, ma soprattutto riconosca la gioia della comunione con Dio.
Sia per noi un cammino di appassionata comunione con i fratelli di Haiti, sconvolti dalla tragedia del terremoto in uno dei paesi più belli, ma più poveri della terra.
Non può esserci Pasqua se non ci coinvolgeremo nella loro Passione!

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