Don Rua: “L’evangelizzatore dei giovani”
A cent’anni dal suo ritorno alla casa del Padre e all’abbraccio paterno di Don Bosco, il Rettor Maggiore ci invita a ricordare don Michele Rua, primo successore del fondatore. Ripercorriamo brevemente le tappe della sua vita, per riconoscerne l’enorme lavoro e la passione salesiana che lo animava, ma soprattutto riflettiamo sulla novità del suo essere continuatore.Non fu infatti don Rua una copia di Don Bosco, perché nella sua fedeltà per cui fu definito “Regola Vivente”, leggiamo anche la creatività che lo contraddistinse nel rinnovamento che seppe dare alla missione salesiana.
La sua biografia
Michele Rua nacque a Torino il 9 Giugno 1837.
Ultimo di 9 figli, perse il padre all’età di otto anni. Studiò dai Fratelli delle Scuole Cristiane fino alla terza elementare. Avrebbe dovuto iniziare a lavorare nella Regia Fabbrica d’Armi di Torino, dove il padre era operaio, ma Don Bosco - che la domenica confessava nella sua scuola - gli propose di continuare gli studi da lui, assicurandogli che alle spese ci avrebbe pensato la Provvidenza. Un giorno Don Bosco distribuiva ai suoi ragazzi delle medagliette. Michele era l’ultimo della fila e arrivò tardi, ma si sentì dire: <<Prendi Michelino!>>. Il prete però non gli stava dando niente, ma soggiunse: <<Noi due faremo tutto a metà>>, e così realmente fu. Diventa collaboratore stretto come il primo 'salesiano'. Collaboratore della Compagnia dell’Immacolata con Domenico Savio, fu un allievo modello, apostolo tra i compagni.
Don Bosco gli disse: <<Ho bisogno di aiuto. Ti farò indossare la veste dei chierici, sei d’accordo?>>. <<D’accordo!>>, rispose. Il 25 marzo 1855 nella cameretta di Don Bosco fece, nelle mani del fondatore, i voti di povertà, castità e obbedienza.
Era il primo salesiano. Inizia a lavorare sodo: insegna matematica e religione; assiste in refettorio, nel cortile, nella cappella; a tarda sera copia in bella calligrafia le lettere e le pubblicazioni di Don Bosco, e infine studia per diventare sacerdote. Aveva solo 17 anni! Gli viene affidata anche la direzione dell’oratorio festivo San Luigi. Nel novembre del 1856 muore mamma Margherita. Michele andò a trovare sua madre: <<Mamma vuoi venirci tu?>>. La signora Giovanna Maria venne, e anche in questo la famiglia Rua fece a metà con la famiglia Bosco. Rimase a Valdocco 20 anni.
Nel 1858 accompagna Don Bosco dal Papa Pio IX per l’approvazione delle regole, e al ritorno gli viene affidata la direzione del primo oratorio a Valdocco. Il 28 Luglio del 1860 fu ordinato sacerdote.
Don Bosco gli scrive un biglietto: <<Tu vedrai meglio di me l’Opera salesiana valicare i confini dell’Italia e stabilirsi nel mondo.>> Don Rua apre la prima casa salesiana fuori da Torino a Mirabello. Pochi anni dopo torna a Valdocco e sostituisce e assiste Don Bosco in tutto. Nel novembre del 1884 papa Leone XIII nomina don Rua vicario e successore di Don Bosco, che morirà nelle sue braccia quattro anni dopo.
Don Rua, già considerato la regola vivente, diventa paterno e amorevole come Don Bosco. Affronta e supera numerose difficoltà nel governo della congregazione. Consolida le missioni e lo spirito salesiano.
Con lui la Società era passata da 773 a 4000 salesiani, da 57 a 345 Case, da 6 a 34 Ispettorie in 33 paesi.
Morì il 6 Aprile 1910, a 73 anni.
Nuovi campi di lavoro pastorale
A leggere anche solo rapidamente la quantità impressionante delle lettere di don Rua, delle sue circolari, i tomi che riassumono la sua opera di Successore di Don Bosco per 22 anni, si scopre in maniera imponente che ciò che afferma il Papa è vero: la sua fedeltà a Don Bosco non è statica ma dinamica. Egli avverte davvero il fluire del tempo e delle necessità della gioventù, e senza paura dilata l’opera salesiana a nuovi campi di lavoro pastorale.
Tra gli operai e i figli degli operai
Negli ultimi decenni del 1800 e nei primi del 1900 le lotte sociali dei lavoratori delle fabbriche si moltiplicano dovunque. Le condizioni degli operai sono misere: orari micidiali, condizioni igieniche pessime, mutue e pensioni inesistenti. Sotto l’impulso di don Rua i Salesiani e le FMA danno vita a una fioritura di opere sociali: orfanotrofi, scuole professionali, scuole agricole, parrocchie di periferia con oratori per i figli delle famiglie operaie: oratori che vedono giocare sull’erba verde e pregare nelle cappelle, trecento, cinquecento, mille ragazzi. Don Rua ne è felice, ed esorta gli Ispettori ad avere un occhio di riguardo per queste “opere fondamentali di Don Bosco”.
Negli ultimi anni del secolo, Torino diventa la culla dolorosa del proletariato italiano. Nel maggio 1891 Leone XIII pubblica l’enciclica Rerum Novarum. In essa il Papa denuncia la situazione in cui <<un piccolissimo numero di straricchi ha imposto uno stato di semi-schiavitù all’infinita moltitudine dei proletari>> (RN 2). L’enciclica ha subito un forte impatto sul mondo cristiano, e don Rua sente che per i Salesiani è giunta l’ora di allargare e intensificare la loro azione sociale.
Nel 1892 si tiene a Torino Valsalice il 6° Capitolo Generale della Congregazione. Tra le questioni da trattare, don Rua pone l’applicazione pratica degli insegnamenti del Papa sulla questione operaia. I Salesiani si assumono l’impegno di introdurre nei programmi scolastici dei giovani alunni l’istruzione su capitale e lavoro, diritto di proprietà e di sciopero, salario, riposo, risparmio. Si suggerisce di sollecitare gli ex allievi a iscriversi alle Società Operaie Cattoliche.
Tra i minatori in Svizzera
Nel 1898 viene dato inizio al traforo del Sempione tra Svizzera e Italia: una delle gallerie più lunghe del mondo, due trafori affiancati di 19.800 metri. Sul versante svizzero si forma una colonia di oltre duemila lavoratori italiani: piemontesi, lombardi, veneti e soprattutto abruzzesi e siciliani, con mogli e figli. Don Rua non esita a mandare tra quei lavoratori i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice.
Vi si fermarono sette anni, cioè fino al termine dei lavori. Le notizie di come accudirono ai bisogni di quelle povere famiglie sono scarse: facevano del bene e nessuno aveva tempo di tenere la cronaca. Un deputato socialista, Gustavo Chiesi, un giorno andò a osservare la situazione. Vide cosa facevano i Salesiani e le Suore, il Circolo operaio che avevano fondato e che era il ritrovo più frequentato dagli italiani; mandò una corrispondenza pubblicata dal giornale Tempo di Milano. Vi si legge: <<Abbiamo molto declamato intorno alle condizioni dei nostri operai al Sempione, molto abbiamo scritto e protestato. Ma nessuna azione pratica è stata esercitata finora a vantaggio di essi. Quel poco che è stato fatto finora lo hanno fatto i preti … In ogni occasione essi sono sempre i primi a fare, aiutare, alleviare le pene altrui. Così al Sempione, così dappertutto>>.
Emigranti tra gli emigranti
Altre ondate ben più numerose di emigranti partivano dall’Italia per fuggire alla miseria delle terre del Sud. Per l’America del Nord e del Sud, nel decennio 1880-1890, secondo le statistiche dell’economista Clough, ogni anno emigravano in media 165 mila persone. Nella sola Argentina emigravano ogni anno 40 mila italiani. Nel decennio seguente la folla degli emigranti aumentò: si toccava e si superava il mezzo milione ogni anno.
Don Rua, mentre copriva l’Italia di una ragnatela di opere per i giovani delle famiglie più modeste, mandò missionari salesiani nell’America del Nord nel 1897 e 1898. A New York, Paterson, Los Angeles, Troy i nostri confratelli si davano da fare per accogliere gli emigranti che non conoscevano la lingua, non sapevano dove alloggiare e trovar lavoro. Fianco a fianco delle eroiche suore di Madre Cabrini e di tanti altri missionari e missionarie, cercavano di aiutarli a sistemarsi, a iscriversi ai sindacati del popolo. Accoglievano i loro figli nelle scuole, assicuravano assistenza religiosa. Nello stesso tempo rafforzò e moltiplicò le presenze salesiane nell’America del Sud, che prosperavano sotto la guida di monsignor Cagliero e del nuovo vescovo salesiano monsignor Luigi Lasagna.
I Salesiani si affacciavano a continenti nuovi. Opere sociali, orfanotrofi, scuole professionali, parrocchie e oratori di periferia, si aprivano in terre lontanissime: Cape Town, Tunisi, Smirne, Costantinopoli. Nuove opere si aprirono a grappolo nell’Europa del nord e dell’ovest. Una delle conseguenze benefiche fu che le missioni salesiane poterono contare presto su confratelli di varie nazionalità. I polacchi emigranti a Buenos Aires potevano trovare un salesiano polacco a capo di un segretariato per loro; a Londra la colonia polacca disponeva di una chiesa ufficiata da un salesiano polacco; i tedeschi emigrati nella Pampa centrale o nel Cile vi trovarono salesiani tedeschi. A Oakland, in California, un intero quartiere di portoghesi era assistito da un salesiano portoghese.
L’intraprendenza apostolica spinse don Rua ad appoggiare le imprese più difficili. Con lo stesso coraggio di Don Bosco rischiò tutto il rischiabile per portare il Regno di Dio e l’amore di Maria Ausiliatrice dovunque.
Alla vigilia della sua “Messa d’oro”, preannunciata dal Bollettino Salesiano e pregustata da tutti i Salesiani, una grave infezione che lo tormentava da anni e lo aveva coperto di piaghe doloranti, gli stroncò la vita. Dio gli venne incontro nel mattino del 6 aprile 1910.
“Quella semplicità con cui cercava di accompagnare le sue opere”
Chi esplora anche solo gli ultimi vent’anni di vita di questo esile prete, ha l’impressione invincibile di un’attività instancabile e gigantesca. Veramente, come affermò Paolo VI nell’omelia di beatificazione, <<non potremo mai dimenticare l’aspetto operativo di questo piccolo-grande uomo, tanto più che noi, non alieni dalla mentalità del nostro tempo, incline a misurare la statura d’un uomo dalla sua capacità di azione, avvertiamo di avere davanti un atleta di attività apostolica>>.
Eppure tutta questa attività umana e spirituale, don Rua la compì nel silenzio e nell’umiltà.
A noi che oggi con passione cerchiamo di rendere presente l’amore di Dio per i giovani, a noi che vogliamo rendere visibile la sua misericordia di padre, don Rua appare come il modo concreto con cui farlo: fedeli senza esitazione al nostro fondatore, ma fedeli anche ai giovani che oggi chiedono e hanno diritto di accogliere la Parola di Dio, risposta al loro desiderio di infinito. A don Rua non mancò la temerarietà, né il discernimento per riconoscere e aiutare i più poveri dei suoi giorni. Non manchi a noi il coraggio di stare vicini ai migranti di oggi, di accudire ai figli di chi vive con più fatica. Lo dobbiamo alla memoria di don Rua.


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