Vivere oggi in una città, grande o piccola che sia, accanto alle tante opportunità, crea in chi vi abita spesso sensi di disagio. La causa è spesso connotata dalle diverse provenienze, culture religioni e tipologie di cittadini per cui spesso il risultato è la ricerca della sicurezza e il richiudersi nel proprio habitat, con la conclusione che ormai non ci si conosce, non si dialoga, non si appartiene alla città.
Una città credo invece si caratterizzi per il senso di appartenenza e per il protagonismo condiviso di chi vi abita.
Ora, è vero che la “sicurezza” è fondamentale per un vivere sostenibile. Ma oggi, oltre alla sicurezza, è possibile pensare a “città vivibili” intese come realtà in cui la coesione sociale e umana, frutto di intense relazioni, permea il tessuto sociale?
Una città sostenibile è il luogo dove si genera quella grande risorsa che è rappresentata dalle “relazioni tra le persone”.
Occorre allora che le politiche locali favoriscano la costruzione di reti intessute di relazioni aperte. Ciò significa mettere in relazione l’alterità, il diverso, le persone e le culture che animano la città. Significa favorire la costruzione di identità e di appartenenza e indebolire i confini che dividono, in poche parole significa arricchire il patrimonio sociale della città.
Chi governa una città non ha solo il dovere di amministrare le risorse e dare risposte alle esigenze dei cittadini. Deve nel contempo operarsi per un recupero educativo delle coscienze che sappiano porsi delle domande sulle loro capacità di “essere nella città”, sulla capacità di produrre partecipazione, di sostare nella dimensione più dell’ascolto che in quella del giudizio.
La città sostenibile e vivibile deve allora essere un “cantiere aperto”, fatto di radici e di memoria, di storia, ma anche di relazioni, incontri, esperienze e di conseguenza di cambiamenti che contribuiscono a ridefinirla nel corso della storia. Una città non può essere amorfa, immobile culturalmente e socialmente.
Una città che vuole cimentarsi nella dimensione educativa non potrà rinchiudersi in ambiti settoriali di riflessione, ma stimolerà il dialogo con le generazioni, non solo come formula di convivenza pacifica, ma anche nella ricerca di progetti comuni e condivisibili.
Una città educativa promuove tra le famiglie una formazione che permetta loro di aiutare i propri figli a crescere e a capire la città con spirito di reciproco rispetto.
Una città educativa deve poi offrire ai suoi abitanti una formazione sui valori e le pratiche della cittadinanza democratica: il rispetto, la tolleranza, la partecipazione, la responsabilità e l’interesse per la cosa pubblica, per i suoi programmi, i suoi beni e i suoi servizi.
Ne consegue che socializzazione, ascolto, promozione, riconoscimento reciproco, educazione, valorizzazione e partecipazione sono alcune delle parole chiave che dovrebbero ispirare le politiche di chi amministra una città.
Solo così le nostre città potranno divenire “sostenibili e vivibili” nella convinzione che solo attivando processi “educativi” si potranno produrre cambiamenti non solo strutturali, ma soprattutto di mentalità, per non smarrire l’orientamento di essere cittadini più consapevoli del nostro ruolo di coprotagonisti delle trasformazioni profonde e rapide che attraversano le nostre città.


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