È vero, non è ancora l’annuncio della Resurrezione, quel grido che ha spalancato i cieli riempiendo di luce ogni cosa cosi che ogni cosa è illuminata. Ma la luce calda del Natale riempie di consolazione ogni attesa, colma di tenerezza ogni desiderio e tutto ci sembra possibile.
Non è tanto il calore degli affetti, la solidarietà ripresa come comandamento sotto le feste: è molto di più, la sicurezza che nulla è più vero delle promesse di Dio, e che il suo desiderio di salvezza per ogni uomo può essere realizzato.
Ma anche un’altra parola risuona come invito alla responsabilità: <<Ecco: io sto alla tua porta e busso!>>. Sappiamo come andò allora: non c’era posto per loro nell’albergo! E il figlio di Dio per venire alla luce ha avuto bisogno di una mangiatoia dove il fieno per gli animali e il calore del loro fiato gli hanno dato la prima accoglienza con la tenerezza amorosa di Maria, la sua mamma, e lo sguardo commosso di Giuseppe, il suo papà, che non lo aveva generato ma lo aveva accolto.
Si gioca tutto in queste due parole il mistero che celebreremo tra pochi giorni: la Grazia dell’incarnazione, di Dio che si fa uomo per dirci che il Padre ci ama tutti, senza distinzione o pentimento, e la grazia dell’accoglienza nella fede, che non è meno difficile di quella di Maria e di Giuseppe.
Prendiamocene la responsabilità!
Prima di tutto è meditazione dell’amore di Dio, grazia che accompagna la nostra vita, Grazia che da senso e fecondità a ogni nostra fatica. Non si può infatti credere che l’impossibile diventi possibile se non guardando all’amore con cui siamo stati amati. È dunque il Natale, il tempo in cui sono chiamato a vedere le grandi opere che Dio ha compito nella mia vita. Spesso diamo ascolto solo ai dolori, alle inevitabili delusioni che accompagnano i nostri giorni.
Ma basterebbe guardare il volto sorridente di un bambino, chiamato alla vita da un amore che è prima di Dio e poi di chi ci ha accolto nella vita, vedere con tenerezza come si muove, sorride e piange manifestando le sue necessità. È vedere la tenerezza di chi si china su di lui. E poi pensare che noi siamo stati quel bambino, da Dio chiamato all’esistenza e amato dai nostri genitori.
A Natale andiamo nei luoghi dove ci sono bambini non accolti, trascurati o peggio abbandonati e offriamo loro la grazia del nostro tempo e della nostra tenerezza e capiremo dal loro sorriso quale dono straordinario è sapersi amati, quali miracoli compie l’amore. Altrettanto importante è l’amore manifestato nell’educazione che abbiamo ricevuto. Forse non sempre siamo stati fedeli: ma se abbiamo mantenuto l’impegno di fermarci alla sera, per ringraziare il Signore del Suo amore invocando Maria come ci hanno insegnato di fare ai piedi del letto, anche i dubbi più veri troveranno la luce della fede e, come dicevamo all’inizio, <<ogni cosa è illuminata>>! Chi ha avuto il dono dell’educazione salesiana e compiere il piccolo gesto di affidamento delle tre Ave Maria, non si perde mai, perché anche nel buio più nero può dire <<Anche se cammino per una valle oscura Tu sei con me … il tuo bastone e il tuo vicastro mi danno sicurezza!>>.
Questa è la prima meditazione da fare a Natale. E questo a Natale ci darà la consolazione di sentirci amati.
La seconda meditazione è diventare Maria e Giuseppe, la mamma e il papà di Gesù. È fargli spazio nella fatica dei nostri giorni con la sicurezza che è Lui l’adempimento delle promesse, la soddisfazione dei nostri sogni al di là dei nostri desideri. Anche Maria e Giuseppe avevano fatto altri sogni: avevano mantenuto con cura il loro amore, progettando con tenerezza il loro futuro di famiglia, una famiglia con tanti figli come allora si usava. Ma erano così grati al Signore del dono della vita e dell’appartenenza al Suo popolo, per cui alla Sua proposta sconvolgente di diventare la famiglia di Gesù, pur timorosi hanno detto sì: hanno permesso a Dio di venire ad abitare tra noi! E non gli hanno chiuso la porta accampando mille plausibili ragioni: hanno detto di si! Lo hanno accolto! Al Suo bussare hanno aperto e gli hanno spazio nella loro casa.
Tanti altri gli hanno detto e gli dicono di no. Lo sappiamo dal volto triste o disperato di chi non è amato e non accolto. Tocca a noi amati, lasciare che il Signore venga ad abitare in noi. Tocca a noi i figli rimasti nella casa del padre, accogliere i tanti prodighi che anelano al ritorno, sapendo che ogni debolezza implora la nostra forza.
Questo ci dice il Natale di Gesù: Fammi entrare in casa tua e ti riempirò della gioia della fecondità, della pace della mia amicizia. Vengo come un bambino perché tu non mi tema, per chiederti di aiutarmi nella mia fragilità e farmi spazio nella tua casa. Ogni lacrima che asciughi fa crescere il mio Regno, che è la pace per tutti.
E tutto questo si fa responsabilità: ognuno di noi è chiamato a comprendere dove far crescere il Regno di Dio, dove essere la presenza di Gesù che è venuto ad abitare insieme a noi. Siamo chiamati per l’amore ricevuto a essere buoni cristiani. Assumendoci la responsabilità del nostro vivere insieme, cioè a essere onesti cittadini. Capaci di mare perché riconosciamo di essere amati.
È responsabilità che ci fa responsabili nel nostro lavoro di tutti i giorni, competenti e generosi perché impegnati a fare bene il nostro dovere. Ci fa responsabili di educare cristianamente la nostra coscienza, facendoci accompagnare dall’insegnamento della Chiesa, con una vita morale sempre ricondotta alla volontà di Dio, nella confessione, nell’Eucarestia settimanale, nella preghiera quotidiana. Ci fa responsabili costruttori di comunità, nell’impegno per il bene comune cui dobbiamo attrezzarci seriamente per poter anche noi dire seriamente <<Venite e vedrete>>. <<Fate che la gente, domandando chi siete possa sentirsi rispondere: È un figlio di Don Bosco!>> … e non sempre è così!
Carissimi amici, ricordiamo con tenerezza la gioia del Natale, la magia del presepio. Il calore degli affetti famigliari, non mancate di ricordare ai più giovani la magia di una festa attesa con trepidazione e riempita dello stupore della neve e del coro degli angeli. Ma ricordate anche che Gesù sta alla porta e bussa: che non capiti anche a noi di non riconoscerlo, troppo impegnati a preparare la festa per accorgergi che Lui è qui, nelle vesti di ogni fratello.
<<Oggi verrò a casa tua!>>
Gesù, per favore, fa che ti riconosciamo!
Auguri! E ogni benedizione alle vostre famiglie. E al mondo intero.


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