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C'è del buono in questo mondo...

Provate a immaginare il cammino di Gesù verso Gerusalemme, cammino in cui alla gloria dei segni dell’amore onnipotente che guarisce e che salva si sommano i crescenti mormorii dei farisei e le spinte interessate degli zeloti.
Non è mai stata diversa l’esperienza dei credenti in ogni epoca del mondo, sempre feconda di grazia per i più deboli, ma sempre malvista da chi legge nei gesti della liberazione dal male e dalla povertà un giudizio sulla propria autosufficienza. I farisei insomma, quelli che vorrebbero ridurre la fede a sola religiosità, a ripetizione di gesti e a proclamazione di principi grandi, ma slegati dalla pratica quotidiana. Gesù invece si dirige deciso verso Gerusalemme per essere fedele all’annuncio di libertà e salvezza offerte a ogni uomo, sapendo cosa lo attende, quello che nel buio i farisei stavano tramando, continuando a fare i miracoli della presenza di Dio, potente in parole e in opere.
Ci sono anche gli zeloti che vorrebbero fare di Gesù la bandiera della loro “rivoluzione”. Come gli zeloti allora, vorrebbero spingere Gesù alla guerra contro i Romani, quasi che Gesù si potesse assoldare per le proprie ragioni, che davvero si potesse dire “Gott mitt uns”, “Dio è con noi”, soprattutto perché è contro gli altri! Forse anche il povero Giuda era dei loro, di quelli che volevano un Messia guerriero a capo della rivolta contro gli occupanti. Ma il Signore non si lascia imbrigliare nelle categorie dei nostri pensieri, perché la patria cui ci chiama non ha i confini dei nostri desideri e dei nostri sogni.  Anzi, non ha confini!
Oh, c’è anche un altro atteggiamento che serpeggia tra i credenti. È l’atteggiamento degli apostoli e dei discepoli prima della Pasqua. Forse ne fu escluso il solo Giovanni, giovane e incosciente apostolo che rimase ai piedi della croce e ne ebbe in dono la maternità di Maria. Anche lei sapeva, pur se la spada del dolore le aveva da sempre attraversato l’anima nell’attesa della morte del figlio. Sapeva e attendeva.
I discepoli invece volevano un gran bene a Gesù, al maestro che aveva dato respiro a ogni loro desiderio. L’avevano visto persino resuscitare i morti oltre alla guarigione di molti mali! Non potevano non volergli bene! Ma non credevano al suo annuncio della Pasqua nuova, quella in cui lui avrebbe vinto la morte. Lo guardavano quando ne parlava, come si guarda un bimbo che parla dei suoi sogni: “Ma sì Signore, parla pure della tua resurrezione del tuo vincere la morte. Ma tanto lo sappiamo che dalla morte non si torna. Noi siamo uomini ragionevoli”. Sapevano che a Gerusalemme il potere giocava brutti scherzi, che Erode fin da quando Gesù era bambino aveva avuto paura di Lui. Che il sinedrio lo vedeva come il fumo negli occhi. E lo seguivano insieme esaltati dalla Grazia che vedevano all’opera e angosciati, come chi nella gloria coglie il seme della disfatta prossima ventura.
E quando tutto precipita, il terrore prende il sopravvento. Scappano. Lo lasciano solo.
Pietro e Maria Maddalena
Tremendo deve essere stato il senso di colpa. Pensiamo al povero Pietro, accusato di essere dei suoi, “costretto” a tradire per non essere anche lui preso e condannato.
Pensate all’angoscia che lo prende e il timore di guardare il volto di Gesù che passa incatenato, incontrare quegli occhi … Che scoprirà pieni di misericordia, non di giudizio.
Pensiamo al gelo di quel cuore che si scioglie nel pianto raggiunto dall’amore incandescente di Gesù!
Come vorremmo essere stati lì con Pietro a farci bruciare da quell’amore! La tristezza dolorosa delle ore della passione coinvolge tutti apostoli e discepoli, in un’attesa di Grazia ancora non pienamente rivelata e compresa. Per questo non vanno lontano: stanno lì, insieme, convinti che il maestro che aveva coinvolto le loro vite era la risposta che cercavano. Ma avevano paura! Maria che sapeva, era con loro e consolava quelle povere anime. Aspettava. Ma nella fede sapeva.
Fra i pochi discepoli anche Maria Maddalena stava con gli apostoli. Anche lei raccolta dalla tristezza di una vita senza senso dallo sguardo amorevole di Gesù, dalla Sua parola che garantiva il riscatto, lo aveva seguito inebriandosi della promessa di libertà donata dalle Sue parole. Anche lei aveva ascoltato le parole di Gesù che promettevano la resurrezione dai morti. Forse anche lei come gli apostoli lo aveva guardato con affetto, ma senza credergli poi tanto: “Dai morti non si torna!”. Per questo dopo la tragedia della croce cui aveva partecipato con sgomento e terrore sorreggendo Maria, sua madre, in compagnia dell’altra Maria e di Giovanni, il mattino dopo era andata alla tomba per seppellire Gesù. Era piena di affetto per Lui, ma al contempo sperimentava la fine di un’illusione. Pensava che tutto fosse stato vano: che grande segno dell’amore del padre era stato quell’uomo, che speranze di liberazione aveva suscitato! Ora non restava che rientrare nei ranghi del senso comune, di chi sa che non bisogna credere ai sogni, di chi pensa che il vivere quotidiano è un’altra cosa dai grandi principi.
Tragedia nella tragedia, alla tomba non trova il corpo di Gesù. E si siede a piangere in un angolo del giardino per quest’ultimo sfregio al suo maestro. Il suo pianto privo di speranza non le permette neppure di accorgersi che Gesù è lì con Lei, tanto da non riconoscere la sua voce (“… dalla morte non si torna!”) e non leva neppure gli occhi. Lo scambia per il guardiano del giardino e gli chiede la carità di dirle chi ha rubato il corpo. Poi la voce della misericordia che scioglie il gelo del cuore: “Maria”. Gesù la chiama per nome! E Maria lo riconosce, né potrebbe ignorare la tenerezza di quella voce che le aveva suscitato la speranza! E corre a dirlo a tutti! “Venite e vedrete!”.
 
E noi?
Anche noi siamo chiamati a vivere in attesa di quella tenerezza, di quella voce che ci chiama per nome. Anche noi siamo chiamati a credere che la vita eterna è la nostra patria.
Anche noi attendiamo nella penitenza della Quaresima, di imparare a credere nella resurrezione.
Lo facciamo con i cristiani perseguitati che vivono la Speranza nella fede, come Maria che sapeva e attendeva.
Anche noi come Maria Maddalena e Giovanni siamo chiamati a fidarci dell’ammirabile incoscienza dei giovani che sognano un mondo pulito, in cui ci sia vita e gioia per tutti, senza temere di essere chiamati illusi. E come Pietro con Giovanni lasciamo che sia lui a correre per primo al sepolcro per vedere e credere.
Anche noi oggi siamo chiamati a purificare il cuore da tante pesantezze e infedeltà, perchè il cuore appesantito dal peccato non permette di credere alla realizzazione del regno!
Anche noi siamo chiamati a credere che la carità e la misericordia sono l’unica strada possibile. Il calcolo e l’interesse privato, l’egoismo e l’esclusione dei poveri non costruiscono il Paradiso, ma fanno strada all’inferno.
Anche noi ci sediamo in silenzio nell’ascolto della Parola di Gesù, per poterla sentire, finalmente fuori dal frastuono dei nostri giorni e dal fragore dei nostri sentimenti. È Gesù la nostra pace.
Anche noi oggi siamo chiamati a pregare per le vittime di ogni persecuzione, per i cristiani perseguitati e uccisi dai nuovi farisei e dai nuovi zeloti!
Dobbiamo fare Quaresima per fare Pasqua: imparare ad attendere nel silenzio e nella pace della riconciliazione.
Che bella la gioia dei chierichetti al Gloria della veglia pasquale quando si mettono con slancio a suonare le campanelle. È la Vita che afferma la sua vittoria sulla morte!
Che bello risentire le campane sciolte nel mattino di Pasqua dal silenzio dei giorni santi, e chiamare tutti a fare festa. È l’invito a essere Chiesa radunata in compagnia di Maria per vincere ogni paura!
Che bello riconoscere la festa come la nostra chiamata a costruire la salvezza per ogni uomo!
Chiamati davanti alla croce sentiamo come nostro il dolore di ogni uomo cui annunciare la gioia della resurrezione. A ogni giovane, a ogni fratello che non spera più. A chi è annichilito dal dolore.
A tutti possiamo donare la gioia del Signore risorto che a Pasqua siamo chiamati a vivere.
Buon cammino di Quaresima e buona Pasqua: Cristo è risorto!

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