"Carissimi, vi saluto con il cuore di Don Bosco, ringraziando delle notizie che ci state inviando sulla situazione assai critica nella Costa d’Avorio, che si trova all’orlo di una guerra civile. Mi rincresce davvero tanto questa situazione di violenza […]. Come al solito, quelli che soffrono di più sono i poveri e i giovani. Mi congratulo per tutto ciò che state facendo nella missione per accogliere e dare aiuto ai rifugiati. Cercheremo di venire incontro ai vostri bisogni in modo tale che voi possiate continuare a rendere un servizio umanitario a queste persone sfollate […]."
Con queste parole, diffuse da ANS (l’agenzia di stampa salesiana) il 4 gennaio scorso, don Pascual Chávez esprimeva ai salesiani che operavano in Costa d’Avorio la sua vicinanza in un momento difficile per quel paese africano. Nei mesi successivi la situazione sarebbe peggiorata, fino ad arrivare a una guerra civile, anche se non dichiarata. È opportuno fare memoria dei fatti accaduti, e che hanno visto i salesiani in prima linea a fianco dei poveri e dei bisognosi.
La crisi politica
Sarebbe lungo analizzare gli eventi che hanno portato al dramma vissuto negli ultimi mesi. Mi limiterò a raccontare in breve alcuni momenti chiave. Il 28 novembre 2010, dopo un lungo e sofferto processo politico, si tengono le elezioni presidenziali. I principali candidati sono Laurent Gbabgo (il presidente uscente) e Alassane Ouattara. Le Nazioni Unite hanno una loro missione nel paese e vigilano perché il processo elettorale si svolga in modo trasparente. Il due dicembre la Commissione Elettorale proclama vincitore Ouattara (e l’ONU riconosce questo risultato), ma gli uomini di Gbagbo denunciano brogli e, il 4 dicembre il Consiglio Costituzionale paese dichiara vincitore il presidente uscente. Da quel momento la Costa d’Avorio avrà per mesi due presidenti della repubblica in carica. La vicenda sarebbe stata ridicola, se non si fosse trasformata presto in tragedia.
I sostenitori dei due schieramenti scendono in piazza, affrontandosi in maniera sempre più violenta fino al 3 marzo quando, stando alle ricostruzioni, alcuni miliziani di Gbagbo sparano sui manifestanti favorevoli all’avversario ad Abidjan, la principale città della nazione, uccidendo sette donne. Da quel momento la situazione precipita. Si susseguono gli scontri, fino a quando le Forze Repubblicane della Costa d’Avorio (FRCI), fedeli a Ouattara, prendono il controllo di Abidjan e catturano Gbagbo, l’undici aprile scorso. Il 21 maggio nella capitale Yamoussoukro si svolge la cerimonia d’investitura di Ouattara come presidente.
Costui ha avuto fin dall’inizio della crisi il sostegno quasi unanime della comunità internazionale. La Francia, di cui la Costa d’Avorio era una colonia, ha svolto un ruolo fondamentale nel far volgere gli eventi in favore dell’attuale capo dello stato. Gbagbo è rimasto invece pian piano isolato, fino alla sua caduta. Secondo le testimonianze, i suoi sostenitori si sono macchiati di violenze e di comportamenti gravi, come la scelta di armare i giovani per prepararli al combattimento facendo leva sull’etnia di appartenza.
Neanche i partigiani di Ouattara, nel loro complesso, hanno le mani pulite. Da anni il paese era diviso in due perché il nord era nelle mani dei guerriglieri delle Forze Nuove, guidate da Guillaume Soro (l’attuale primo ministro), sostenitore di Ouattara. Con lo scoppio del conflitto le Forze Nuove (diventate poi FRCI) cominciano un’offensiva verso sud per scacciare Gbagbo e i suoi. Riuscendoci, come abbiamo visto. Nel corso di quest’avanzata, però, anche loro si rendono responsabili di violenze. In particolare, diviene tristemente famoso quanto accade a Duékoué.
Le radici dell’odio
In Costa d’Avorio, prima dello scoppio della guerra civile, i salesiani hanno tre case, che fanno parte della Visitatoria dell’Africa Occidentale Francofona. Una di esse si trova ad Abidjan, nel quartiere di Koumassi Remblais. Lì, oltre alla parrocchia, vi sono un centro giovanile e due centri di accoglienza per bambini in difficoltà. Sono cinque i salesiani che abitano nella casa. Un’altra opera si trova a Korhogo, nel nord del paese, e per questo è sostanzialmente risparmiata dagli orrori del conflitto. Cinque salesiani seguono la parrocchia e un istituto secondario.
La terza opera (intitolata a Santa Teresa di Gesù Bambino) si trova a Duékoué, nell’ovest della Costa d’Avorio, e diventerà suo malgrado conosciuta in tutto il mondo. In condizioni normali tre salesiani si prendono cura di una parrocchia, un centro di formazione professionale e un pensionato.
Fin dai primi giorni dell’anno, a causa della violenza crescente la situazione nella zona diviene drammatica. Il 4 gennaio l’ANS descrive le fasi iniziali della tragedia che si profila all’orizzonte: <<Racconta un missionario salesiano presente nel paese che ieri, 3 gennaio, il furto di un’auto lungo la strada tra Duékoué e Man ha causato la morte di una donna e un successivo intenso scontro tra i giovani delle etnie dioula e guéré, “una battaglia campale a colpi di pietre”. Le forze dell’ordine intervenute hanno sparato un colpo in aria per frenare la lotta, senza tuttavia riuscire a placare la violenza delle due fazioni. “Sembrava un’operazione preparata da lungo tempo”, confida il missionario. I commercianti hanno dovuto abbandonare le attività, sono stati incendiati varie abitazioni e negozi, il traffico è stato bloccato e ci sono stati decine di feriti gravi e sequestri mirati tra i due gruppi. I giovani dioula hanno anche istituito dei posti di blocco per impedire ai guéré di uscire dal loro quartiere e, nonostante la presenza di alcuni poliziotti armati, una donna e un signore anziano sono rimasti seriamente feriti, e solo con difficoltà è stato possibile trasportarli d’urgenza all’ospedale. “Qui la mia sorpresa è stata grande. – Prosegue il nostro corrispondente – Ci sono decine di feriti in gravi condizioni. Questa crisi ha portato molti nuovi sfollati a cercare rifugio nella missione di Duékoué. Alla notte di lunedì ci sono circa 5.000 persone presenti, di cui 2.000 che vi soggiornano dal 16 dicembre”.>> Era solo l’inizio. La casa salesiana arriverà a ospitare giorno e notte 30.000 persone in fuga dai combattimenti, quando ne potrebbe accogliere 8.000.
Nelle parole di quel missionario c’è già una delle spiegazioni di quanto accaduto. Da centinaia di anni nel territorio della Costa d’Avorio convivono persone di diversa etnia e religione. A grandi linee, al sud prevalgono i guéré, mentre al nord i dioula, che hanno legami con le popolazioni che abitano nel Burkina Faso. Negli anni Novanta alcuni uomini politici hanno deciso di raccogliere consensi sfruttando le differenze razziali. È nata così l’idea della “ivoiritè”, che possiamo tradurre liberamente come “purezza razziale”. Sulla base di questo concetto, i cittadini non sono più tutti uguali, ma esistono “veri” abitanti della Costa d’Avorio e quelli che sono “stranieri”. Ossia cittadini di serie B, perché anche se vivono nel paese da generazioni, le loro radici sono altrove. Ciò ha avuto un’applicazione concreta in campo politico. Ouattara è, infatti, un dioula che ha legami col Burkina Faso, e gli avversari (come Gbagbo), l’hanno accusato di essere uno straniero che avrebbe “venduto” il paese alle potenze straniere. I sostenitori del presidente uscente sono stati accusati di aver ucciso a sangue freddo persone di etnia dioula solo perché appartenevano a quel gruppo. Ma la cosa si è ritorta loro contro. Quando gli avversari hanno avuto l’occasione, hanno fatto la stessa cosa coi guéré, accusati di aver sostenuto Gbagbo.
Il dramma e la speranza
Tra il 27 e il 29 marzo, subito dopo che le FRCI (in prevalenza di etnia dioula) prendono il controllo della zona, a Douékoué avviene una strage di civili i cui contorni rimangono ancora da chiarire. Secondo dati forniti dalla Caritas poco dopo gli eventi, mille persone scompaiono o sono uccise da uomini armati non identificati. Si tratta soprattutto di giovani maschi di etnia guéré.
La missione di Duékoué è risparmiata, anche perché è protetta da truppe ONU, ma intorno ad essa il sangue scorre. Le persone che vi si rifugiano raccontano gli orrori cui hanno assistito. I due salesiani rimasti cercano di fare quello che possono, ma il compito è enorme. E non sembra essere finito. Con la cattura di Gbagbo la comunità internazionale spera che la violenza cessi, ma mentre scrivo la situazione del paese, e in particolare nella missione, è ancora precaria. È necessario il sostegno di tutti noi.
Quanto avvenuto è un ammonimento per il futuro di tutti i popoli. Nella politica, bisogna puntare per quanto possibile a ciò che unisce, non a ciò che divide. Altrimenti si scatenano forze che non sono controllabili. Forze che possono distruggere un paese prospero e unito, com’era fino a non molti anni fa la Costa d’Avorio. Non bisogna farsi vincere né dall’odio né dalla disperazione.
Concludo riprendendo le parole di un comunicato di ANS del primo giugno, che da la parola a don Antonio César Fernández, salesiano spagnolo da trent’anni in Africa. <<La soddisfazione più grande per don Fernández e per gli altri salesiani nel paese è riuscire a dare speranza ai tanti giovani abbandonati, come il piccolo Kader, bambino autistico ed epilettico di 10 anni, abbandonato dalla sua famiglia. Giunto presso il centro salesiano circa 1 anno fa, con l’aiuto degli operatori e degli altri ragazzi ospiti del centro di accoglienza, non soffre quasi più di crisi di epilessia e sta imparando a comunicare con le persone che gli sono accanto. Per lui e per i ragazzi come lui, pur tra le difficoltà, lavorano oggi i Figli di Don Bosco.>>


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