logofederazioneoro
FEDERAZIONE ITALIANA
 EXALLIEVI ED EXALLIEVE DI DON BOSCO

Via Marsala, 42 - 00185 Roma
Tel. e Fax 06.44.68.522
nuovologo-169-web

W E B
www.exallievidonbosco.com
web@exallievidonbosco.com
Top Panel

Educare alla responsabilità nella scuola

Mi ha scritto Marco, un exallievo sessantenne di Trento. Ricordando gli anni belli della sua esperienza scolastica mi chiedeva se noi salesiani abbiamo intenzione di lasciare la scuola. Mi ha lasciato perplesso la domanda, perché mai me la sarei posta. Credo che la scuola sia uno degli ambiti educativi in cui lo stile salesiano può dare frutti splendidi. Certo ci sono difficoltà, soprattutto fino a che non verrà riconosciuta una reale parità. Ma non credo che i salesiani vogliano lasciare la scuola. Per questo vorrei condividere alcune riflessioni, come stimolo per le nostre unioni locali a riflettere sulla necessità dell’educazione alla responsabilità, come obiettivo della nostra azione di exallievi.

Recuperare la responsabilità
Riporto un articolo apparso sul “Corriere della sera” del 30 maggio con alcune riflessioni sull’emergenza educativa che tutti coinvolge, in particolare chi come noi, ha a cuore l’educazione dei giovani “alla vita buona del Vangelo”.
Stupisce favorevolmente il recupero dell’educazione alla responsabilità in un tempo in cui ciascuno si ritiene metro e misura dei diritti e, in modo più relativo, dei doveri. Stupisce che si chieda agli insegnanti di non far copiare, quasi che per un educatore che si ritenga tale esistano altre possibilità!
Non è qui in gioco la necessità di dialogo e di ascolto delle giuste esigenze degli studenti, ma l’educazione alla prima forma della legalità che è il rispetto dei propri doveri, non necessariamente condizionato dal rispetto dei propri diritti.
Sul giornale quest’articolo appare come “Un appello culturale” e come tale credo possa essere definito e accolto da ciascuno di noi.
Sarebbe bello che iniziasse un dibattito, non tanto perché ciascuno faccia sapere la sua posizione di parte, ma perché insieme, con l’apporto di tutti, nel dialogo e nel confronto di opinioni, sappiamo proporre un impegno educativo comune.
Certo, potremmo partire dal “ricordare i bei tempi” in cui con severità eravamo educati a imparare quanto ci veniva insegnato con lavoro diuturno, giudizio severo, e sacrificio personale. Sarebbe ottima cosa, ma fuorviante, perché “i bei tempi andati” non sempre erano tali, così come sono trasfigurati dalla memoria e dalla nostalgia. E, in ogni caso, non potrebbero tornare: altri i rapporti tra i diversi protagonisti dell’azione educativa, altra la condivisione tra famiglia e scuola, altra la struttura selettiva della scuola. E non tutto certo da rimpiangere. Credo sia necessario uno sforzo di adattamento alle reali condizioni dell’oggi.
A fronte della fatica di educare forse dobbiamo proporci un’alleanza educativa tra studenti, scuola e famiglie per impedire una deriva che riduce la riuscita dell’educazione alla buona volontà di pochi e non come obiettivo di tutti. Dobbiamo ritornare a codici condivisi, a regole precise che vincolino ciascuno alla responsabilità delle proprie azioni. Non è più possibile un pregiudizio di irresponsabilità che impedisca allo studente di essere valutato nel suo impegno, all’insegnante e alla scuola di sfuggire alla formazione e a rendere disponibili le competenze necessarie, alle famiglie di rifugiarsi nella facile delega di responsabilità con i figli iscritti al “Club dei Diritti Assoluti”.
Dobbiamo recuperare la buona educazione come premessa ineliminabile di una scuola che funzioni nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità.
Deve essere riscritto e firmato un patto educativo che vincoli tutti i soggetti in vista di una scuola che accanto al rigore sappia dare la giusta sanzione del merito e il necessario accompagnamento delle fragilità.
 
UN APPELLO CULTURALE
Non fate più copiare gli studenti
L'educazione alla legalità comincia proprio con i valori della scuola
In questi giorni un gruppo di insegnanti e presidi va raccogliendo adesioni in calce a un appello che invita quanti saranno commissari e presidenti di commissione negli esami di terza media o di maturità a non «chiudere un occhio» se qualcuno copia e a non «fornire ai propri allievi traduzioni o soluzioni» durante lo svolgimento delle prove d'esame. Si tratta di un appello (si veda il testo in sul sito gruppodifirenze.blogspot) che sarebbe pleonastico nella maggior parte dei Paesi europei. E ancor più risulterebbe superfluo negli Stati Uniti, dove gli studenti universitari, nei loro «codici d'onore», s'impegnano non solo a non copiare ma - fatto per noi inconcepibile - a denunciare chi copia. Ma certo pleonastico non è in Italia, dove non sono rari i casi di insegnanti che fanno proprio le due cose appena citate: tollerano che si copi o addirittura forniscono loro stessi un «aiutino» agli studenti. Il fatto è che nella nostra cultura il copiare a scuola è spesso considerato come qualcosa di lecito, perfino come un atto di altruismo (da parte di chi fa copiare), mentre di solito percepiamo poco o nulla quanto simili comportamenti penalizzino l'equità e il merito, che richiedono il rispetto di regole certe nella valutazione di ciascuno.
I promotori dell'appello (al quale hanno aderito la Uil Scuola e l'Associazione nazionale presidi) scrivono di ritenere che la maggioranza degli insegnanti agisca di norma in modo corretto. Eppure il fatto stesso che abbiano sentito il bisogno di prendere una simile iniziativa lascia supporre che la minoranza che si comporta diversamente non sia quantitativamente insignificante. Del resto, l'anno passato l'Invalsi, i cui test in italiano e matematica ormai fanno parte integrante degli esami di III media, dovette invitare gli insegnanti delle discipline oggetto della prova a rimanere fuori dalle aule, per evitare appunto che loro stessi potessero suggerire agli studenti, come era avvenuto l'anno prima.
Dietro quelli che l'Invalsi chiamava pudicamente i «comportamenti opportunistici» di studenti e insegnanti non c'è soltanto una certa propensione nazionale al buonismo e all'indulgenza; c'è piuttosto, per quel che riguarda specificamente il corpo docente, la diffusione di una pedagogia fondata sulla comprensione e sul dialogo (cose sacrosante, naturalmente), che però non riesce ad affiancare all'una e all'altro - quando sia necessario - la sanzione. Ecco come un insegnante - la cui testimonianza si trova nel libro che un sociologo, Marcello Dei, ha appena pubblicato sull'argomento (Ragazzi, si copia, Il Mulino) - ha sintetizzato il proprio comportamento di fronte all'alunno sorpreso a copiare: «Il mio atteggiamento è di confronto. Voglio capire perché lo sta facendo, voglio discutere con lui, capirne le ragioni, e poi prendere delle decisioni, anche lasciarlo copiare o smettere di copiare. Ecco, dipende dalla discussione che ne nasce». Si tratta evidentemente di un caso limite, ma l'idea che il copiare non si configuri come un comportamento in quanto tale condannabile è invece abbastanza diffusa. In tanti insegnanti, si ricava dalla ricerca di Dei, sembra prevalere un atteggiamento fatto di disinteresse per il problema, di bonaria indulgenza, a volte di una sostanziale giustificazione del copiare che chiama magari in causa l'insicurezza psicologica dello studente o il fatto che, se quest'ultimo copia, è solo perché l'insegnante ha evidentemente spiegato male. Né è da sottovalutare il fatto che, fingendo di non vedere chi copia, un insegnante evita le scocciature a non finire - dalle proteste dei genitori all'eventuale ricorso al Tar - che un diverso comportamento avrebbe potuto provocare. Eppure, ci sono pochi dubbi sul fatto che, come scrivono i promotori dell'appello per la correttezza degli esami, l'educazione alla legalità comincia proprio con l'esempio di comportamenti coerenti con i valori e i principi che la scuola deve insegnare.
Giovanni Belardelli
(dal “Corriere della sera” 30 maggio 2011)
 
Accogliere ed esigere
Come appare chiaro, il tema va ben oltre la scuola, ma nella scuola, necessario ambito educativo, esso trova il suo ambito naturale.
Non entriamo nel merito delle tante scelte fatte dalla poltica in questi anni, ma sicuramente come exallievi di Don Bosco dobbiamo impegnarci per fare in modo che la bellezza dei nostri anni giovanili possa essere rivissuta dai giovani di oggi.
Siamo stati accompagnati a crescere in ambienti educativi accoglienti e allo stesso tempo esigenti, dove la gioia dello stare insieme non era priva di responsabilità nei confronti dell’ambiente, degli insegnanti e dei compagni.
Un patto educativo c’era e senza neppure pensarci di mettere firme, ciascuno di noi lo aveva fatto suo nella solidarietà dello spirito di famiglia.
Forse non tutto questo si può pretendere dalla scuola oggi. Certo dobbiamo recuperare la gioia di collaborare insieme alla costruzione di uomini e donne repsonsabili della propria vita e del bene comune.
Ci credono la maggior parte dei soggetti che costruiscono il clima educativo nella scuola:  forse è il caso di farlo emergere con la rsponsabilità di chi ci mette la faccia.
L’onesto cittadino che si impegna in quanto cristiano per il bene comune deve sapersi appassionare al mondo dell’educazione.
Per noi che, pur nella fatica di quegli anni, abbiamo vissuto la splendida avventura di diventare adulti, l’impegno di cambiare la scuola è di quelli decisivi.

iscriviti

credits

Firefox 3.0+Internet Explorer 6Internet Explorer 7+Safari 3.1+
Chrome 1.0+Opera 9.5+Camino 1.0+Konqueror

meteo