Il buio cede il passo alla luce che viene!
Capita sempre a chi cerca Dio, di amarlo prima di averlo conosciuto.
Per cui lo invochiamo, lo chiamiamo senza riconoscere che lui bussa alla nostra porta in attesa che gli apriamo, è già al nostro fianco. È lo Spirito dentro di noi a muoverci, a parlare e pregare con gemiti inesprimibili come le espressioni dei bimbi che dicono così tanto alle loro mamme, ma che a noi sembrano solo gorgoglii.
È questo dell'avvento il tempo dell'attesa di un compimento che già conosciamo ma che ancora non ci è pienamente noto.
Sappiamo che Dio accompagna la nostra vita, ma l'insicurezza provocata dai nostri peccati (non saranno forse un dono per non credere di poter fare da soli?) ci impedisce di essere pienamente sicuri.
Speriamo che capiti anche a noi di dover chiedere un giorno al Signore: «Quando ti abbiamo sfamato, dissetato, vestito e visitato nella malattia e nella prigionia, amato teneramente nell'esperienza della tua povertà?». Di dire stupiti: «Quando Signore abbiamo fatto tutto questo?». E Lui ci dirà che ci ha accompagnato per tutta la vita nel fratello che ci camminava accanto, nei nostri fratelli più piccoli.
Due ricchezze ci comunica quindi il Natale: la ricchezza di Gesù, figlio di Dio che è venuto a fare compagnia alla nostra vita per camminare con noi nella fatica di tutti i giorni e che per questo con Lui diviene benedetta, e l'annuncio che rimane con noi nei fratelli, in quelli che più hanno bisogno di attenzione e di affetto.
Dio in Gesù ha preso un volto, si fa incontrabile.
È il volto del buon samaritano che si china su di noi feriti dagli attacchi della vita e ci consegna alla locanda che è la Chiesa, fino al suo ritorno.
È il volto del buon pastore che ascolta il belato di noi pecorelle smarrite, perché conosce la nostra voce, il belato disperato di chi si sente perduto e ci chiama per nome per riportarci al sicuro, per raccoglierci se siamo stati dispersi, per portarci alla luce dai giorni tenebrosi e di caligine.
È allo stesso tempo il volto dell'uomo assalito dai briganti che chiede a noi di chinarci sui fratelli aggrediti e lasciati a morire lungo la strada. È il fratello che accompagniamo e accogliamo nella chiesa perché non viva la desolazione dell'abbandono e della solitudine.
È la pecorella smarrita al cui belato spesso siamo sordi e ignari, ma che lo Spirito che parla dentro di noi ci spinge ad ascoltare, a consolare e a prendere sulle spalle, a farcene carico.
Il mistero del Natale è che Dio si è fatto uomo per indicarci la strada, per mettere a frutto la ricchezza che siamo e che abbiamo a favore dei fratelli tutti. E chi accoglie il Bambino Gesù impara ad accogliere ogni fratello.
Don Bosco non ha chiesto al giusto giudice: «Quando Signore ti ho amato dandoti da mangiare, da bere, quando ti ho vestito e visitato nel tuo dolore e solitudine?». Non l'ha fatto perché Lui il Signore lo aveva riconosciuto nella fragilità e nella povertà dei tanti orfani che in lui hanno trovato un padre, nella tragedia di chi in carcere scontava una giusta pena o subiva le conseguenze dell'abbandono.
E Madre Teresa non ha chiesto il nome ai moribondi che raccoglieva per strada, sapeva che erano Gesù. Per questo li accoglieva in casa sua, li lavava e accudiva come familiari amati e li accompagnava sereni alla salute o all'incontro con l'amore del Padre.
E Giovanni Paolo II, il padre che il mondo intero ha riconosciuto come tale non chiedeva dichiarazioni di fede alle folle che lo volevano incontrare: erano tutti in cerca di Dio, anche se non lo sapevano. E parlava al loro cuore per dirgli la verità: «Chi è che cercate quando cercate Dio? Chi è che cercate quando cercate la felicità e l'amore? È Gesù che cercate!». Era la parola di un padre! Oh, spesso era esigente e a volte anche severo, ma è come deve essere un padre che ama i suoi figli, e dice loro la verità, non li imbroglia sul senso della vita. E a milioni accorrevano per ascoltare quel Padre che di Dio era l'immagine incontrabile e riconoscibile!
Il mistero del Natale in cui Dio si fa uomo per farci desiderare e ottenere la sua stessa vita divina, con "le armi" della tenerezza di un bimbo che spalanca sorridente le braccia, è farci sicuri di questo destino, della vita eterna che ci attende, e di farci responsabili nel nostro cammino dell'amore necessario ai fratelli. E a loro dovuto.
A noi che come San Francesco ci commuoviamo davanti al presepio, che come nei bambini piccoli non sappiamo esprimere se non nella gioia di essere amati di un amore così grande, la responsabilità di condividere questa gioia, e come sentinelle del mattino annunciare che il buio cede il passo alla luce che viene!
Non sia dunque il Natale la consumazione di una festa che commuove, ma l'esperienza di un amore che muove verso i fratelli.
Ci svegli alla responsabilità dell'annuncio: «Il Signore è Vicino!». Ci apra il cuore alla responsabilità di costruire un mondo nuovo, perché un altro mondo è possibile.
Chi più è stato amato, più è capace di amare. E noi siamo figli di Dio amatissimi!
Anche nella vita associativa emerga questa carità, questo desiderio di cercare insieme la volontà di Dio senza pretendere di già possederla.
Davanti al presepio che ci commuove troviamo la gioia di dire a tutti di quale amore siamo stati amati.
Buon Natale


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