Don Bosco agiva politicamente senza saperlo, prevenendo il conflitto invece di combatterlo.
È molto difficile ragionare con qualcuno che ti urla contro. Così è difficile ragionare di giovani e disagio quando hai ancora davanti agli occhi le immagini delle violenze compiute a Roma il 15 ottobre scorso. Ma le urla devono lasciare il posto alla ragione, e quindi provo a leggere i segni dietro a quell’evento.
Il racconto di una testimone
Do la parola a una testimone che era in piazza quel giorno, Pamela (amica mia e giornalista). Il 15 ottobre era prevista nella capitale una manifestazione di protesta contro il governo allora in carica. Pamela racconta che <<ignara di ciò che accadeva nel corso della manifestazione appena cominciata, alle 16 decido di prendere la metropolitana e godermi - insieme al bel sole pomeridiano - anche una manifestazione tanto attesa. Erano giorni che non si faceva altro che pubblicizzare l'evento […]. Sono per la libertà di espressione, quando quest'ultima è manifestata in maniera pacifica. Appena arrivata a San Giovanni, ho respirato fin da subito l'aria di festa e di compatezza pacifica. La testa del corteo stava giungendo alla meta. Un tripudio di cartelloni satirici, bandiere colorate o schierate politicamente. Manifestanti provenienti da ogni parte d'Italia. Un mix omogeneo di persone affollavano quel giorno la piazza. Ho visto famiglie intere, giovani, adulti, lavoratori, operai, e perfino disabili. Tutti lì per esprimere dissenso.>>
Una manifestazione pacifica è diventata in poco tempo qualcosa di completamente diverso. Pamela ha girato un angolo e le si è presentata davanti una scena inspettata: <<Si era passati dai gruppi di famiglie e i manifestanti colorati ai manifestanti vestiti di nero, con caschi in mano, con i volti coperti. Ho fotografato tutto quello che potevo fotografare. Era evidente che di lì a poco la situazione sarebbe diventata esplosiva. Ma ormai stavo nel mezzo, tra quella folla pronta allo scontro. Mi viene detto di nascondere la macchinetta digitale che mi ero portata dietro, per paura che qualcuno potesse strapparla di mano. Nel momento in cui ho sentito queste parole, ho visto migliaia di persone inferocite che correvano, correvano, correvano>>.
Sono cominciate allora le violenze che la maggioranza di noi ha visto in televisione. <<[…] Le bombe carta iniziavano a esplodere a raffica. Colonne di fumo nero e denso salivano verso il cielo. Alcune macchine erano andate a fuoco. Il puzzo di lamiera bruciata si mescolava al fumo dei lacrimogeni lanciati in quel momento da una cinquantina di poliziotti arrivati nel frattempo per sedare la guerriglia. La mia gola ha iniziato ad andare a fuoco e i miei occhi lacrimavano copiosamente. Non mi capacitavo di essermi trovata per caso in mezzo alla feroce guerriglia senza senso.>>
Ma chi erano i responsabili? I famosi manifestanti vestiti di nero, molto diversi dalle altre persone che sfilavano. <<Non avevano ideali da far prevalere. Ho visto con i miei occhi gruppetti di giovani divertiti da tutto quel caos, che sfasciavano macchine solo per il gusto di farlo. Utilizzavano i loro iphone [telefoni cellulari prodotti dalla Apple, abbastanza costosi, ndr.] per comunicare con i capetti e stabilire le coordinate da seguire per evitare la polizia in assetto antisommossa e provocare così solo danni. […] Erano organizzati. Tutti in fila, l'uno sottobraccio del compagno accanto, quasi a creare un esercito compatto. Si davano gli ordini a distanza. Erano tutti giovani o giovanissimi. Solo alcuni avevano superato la trentina da un pezzo. Hanno sfasciato le macchine, senza alcun rimorso[…]. Sono scesi lì in piazza solo per il gusto di sfasciare e mettere a ferro e fuoco una città.>>
La testimonianza di Pamela si chiude in maniera amara. <<Non giustifico la violenza, perchè non porta da nessuna parte. Sono consapevole delle migliaia di manifestazioni organizzate e delle altrettante migliaia di rivendicazioni avanzate e cadute nel vuoto. Ma non è certamente così che si ottiene rispetto e si ottiene una qualche libertà. Hanno soltanto rovinato una manifestazione gioiosa e colorata.>>
Una vignetta che spiega molto
Possiamo condividere o meno le idee politiche di Pamela, ma possiamo comprendere la sua frustrazione per aver visto rovinare un evento pacifico. A ciò aggiungiamo - che cosa, il dolore? la rabbia? - per aver visto uno di quei manifestanti sfasciare una statua della Madre di Nostro Signore che aveva rubato in una chiesa lungo il percorso della devastazione.
I motivi per cui quei giovani erano lì e si sono comportati in quel modo sono molti. Provo a elencarne alcuni, magari i più facili da trovare: rabbia, desiderio di ribellione, voglia di fare qualcosa di proibito, desiderio di imitare i compagni, ecc. Forse solo Dio li conosce tutti. Di sicuro ciascuno di loro è responsabile di quel che ha fatto.
Voglio però provare a isolare una causa della loro rabbia, che ne racchiude molte. Per farlo utilizzerò il testo di una vignetta del disegnatore Altan pubblicata dal settimanale l’Espresso. In questa vignetta c’è un bambino che dice a una bambina: <<La vita si allunga>>. Lei risponde: <<E non c’è futuro.>>
La vita di questi giovani si è allungata, come la nostra. Loro (come noi) possono sperare di vivere più a lungo dei nonni e dei genitori. E la loro (e la nostra) vita si è anche “allargata”: benessere, mezzi di comunicazione senza precedenti, ecc. Ma questo non ha reso più roseo il futuro, soprattutto in questo momento. Senza ideali e senza progetti, il loro domani diventa più nero dei vestiti che indossano durante le violenze.
Ai tempi di Don Bosco
Mentre riflettevo sui fatti del quindici ottobre ho pensato a Don Bosco e alla Torino dell’Ottocento. In quei tempi i giovani delle classi più umili si trovavano in una situazione di sfruttamento economico e sociale molto peggiore di quella attuale. Almeno in Italia, e per la maggioranza dei ragazzi italiani, le cose vanno molto meglio. Ma allora, perchè quei giovani non si ribellavano come quelli di oggi?
Indubbiamente, non c’erano violenze di piazza come le attuali perché il giovane viveva in maniera diversa il suo ruolo nella società. Non pensava di essere titolare di diritti e accettava quindi quello che l’autorità (il governo, il datore di lavoro, ecc.) gli dava senza discutere. Non ci pensiamo abbastanza, ma il fatto di avere dei diritti (oltre che dei doveri) politici per un giovane è una cosa abbastanza recente. Che, possiamo dire, si realizza sostanzialmente dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Forse c’era poi nell’Ottocento maggiore fiducia nel futuro, in quello che la rivoluzione industriale nascente poteva fare. In realtà, però, questo non è del tutto vero, poiché del progresso economico quei giovani vedevano solo gli aspetti peggiori (sfruttamento sul lavoro, scarse prospetive di guadagno, malattie, ecc.). Quindi, anche a quei tempi si poteve essere tentati di disperazione.
Nella Torino dell’Ottocento arriva però (insieme ad altri) un sacerdote, Giovanni Bosco, che senza saperlo agisce “politicamente”. Ossia fa azione politica senza farla. Educando i giovani e difendendone i diritti davanti ai datori di lavoro diventa un sindacalista che incide profondamente nella società. Dandosi da fare per la loro crescita spirituale e culturale e il loro inserimento nel mondo del lavoro (che possiamo tradurre in <<farne dei ‘Buoni cristiani e onesti cittadini’>>) Don Bosco preveniva le violenze che sarebbero potute scoppiare.
Uno dei modi per evitare che si ripeta quanto successo in ottobre è allora di darsi da fare coi giovani per restituire (o dare) loro un futuro. In questo modo si preverranno le violenze, piuttosto che combatterle.


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